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La lingua dell'Europa è il plurilinguismo. Non esiste alternativa

L'ex commissaria Europea all'educazione e al multilinguismo, Androulla Vassiliou, amava dire che il plurilinguismo era nel DNA dell'Europa. Ed era vero.

Basta leggere alcuni degli articoli del regolamento fondatore adottato all'unanimità dai membri in virtù del Trattato di Roma, come il regolamento numero 1 del 1958, per convincersene.

Articolo 2 i testi rivolti alle istituzioni da uno Stato membro o da una persona che dipende dalla giurisdizione di uno Stato membro sono redatti su scelta del mittente in una delle lingue ufficiali. La risposta è redatta nella stessa lingua. Articolo 3 i testi rivolti dalle istituzioni a uno Stato membro o a una persona che dipende dalle giurisdizione di uno Stato membro sono redatti nella lingua di questo stato. Articolo 4 i regolamenti e gli altri testi di portata generale sono redatti nelle quattro lingue ufficiali. Articolo 5 Il Giornale Ufficiale dell'Unione Europea è pubblicato nelle quattro lingue ufficiali.

A quel tempo, le lingue ufficiali erano in tutto quattro: tedesco, francese, italiano, olandese. A seguito degli ampliamenti successivi il numero di lingue ufficiali è stato aumentato e le “quattro lingue ufficiali” sono diventate “le lingue ufficiali”.

Si potrà notare la perfetta similitudine nella formulazione degli articoli 4 e 5. Nell'articolo 5, si capisce chiaramente che “le lingue ufficiali” significa “tutte le lingue ufficiali”, cosa che implica che il Giornale Ufficiale viene pubblicato in tutte le lingue ufficiali contemporaneamente.

Per quanto riguarda l'articolo 4, per ragioni pratiche, si comprende che tutti i testi non possono essere redatti in tutte le lingue in fase di elaborazione dei testi, Ma perlomeno che tutte le lingue ufficiali possono essere utilizzate come lingue di redazione.

E in effetti, nel 1970, la suddivisione tra il francese e il tedesco era di 60% - 40 % e all'inizio degli anni '90 il francese e l'inglese erano quasi alla pari mentre il tedesco, al 9 %, si era quasi azzerato a vantaggio dell'inglese1. Oggi, l'inglese è tra l'80 e l'85%, il francese si attesta intorno al 3%, il tedesco e le altre lingue meno del 10%.Il grande rovesciamento della situazione si è effettuato nel 1995 e nel 2005, cioè nel periodo dell'adesione dei nuovi 10 Stati provenienti dall'ex Patto di Varsavia. La discesa delle altre lingue dopo il 2005 è soltanto asintotica. Ciò significa che il monolinguismo si è solidamente installato in tutti gli interstizi istituzionali, una vasta zona grigia in cui il plurilinguismo non è garantito. Altri testi sono poi venuti a rafforzare un plurilinguismo istituzionale, senza cambiare le pratiche.

Dunque, la Carta dei diritti fondamentali adottata nel Consiglio Europeo di Nizza il 7 dicembre 2000 comporta due articoli importanti.

Innanzitutto l'articolo 21 vieta ogni discriminazione, tra cui le discriminazioni fondate sulla lingua. E l'articolo 22 proclama che “l'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica”.

Infine il Trattato di Lisbona dell'Unione Europea (30 marzo 2010) porta nuovi elementi che meritano di essere conosciuti. L'articolo 10 paragrafo 3 proclama che ogni cittadino ha diritto di partecipare alla vita democratica dell'Unione. E l'articolo 11 paragrafo 3 proclama che al fine di assicurare la coerenza e la trasparenza delle azioni dell'Unione, la Commissione Europea procede a vaste consultazioni delle parti interessate.

Come si poteva immaginare, nei primi anni di realizzazione del trattato le consultazioni si sono svolte essenzialmente in inglese.

A partire dal 2016, l'OEP scriveva al presidente della commissione Jean Claude JUNCKER per chiedere chiarimenti. In una mail dell'11 agosto 2016 un responsabile di unità della Commissione rispondeva: “Detto questo, la Commissione riconosce l'importanza delle consultazioni per migliorare le sue politiche e, seguendo gli inviti del Parlamento Europeo e del mediatore, si sforza di rendere accessibili il maggior numero possibile di traduzioni della maggior parte delle consultazioni.”

Nel 2019, non era cambiato niente. La mediatrice lanciava un'inchiesta2 alla quale l'OEP ha risposto sollevando nuovamente la questione.

Facendo il suo dovere di ONG, l'OEP nel 2019 ha chiamato nuovamente in causa la segreteria generale della Commissione e quella del Consiglio dell'Unione Europea, insistendo sulla situazione manifestamente contraria al Trattato e sulla legittimità di un ricorso alla giustizia.

Nel luglio 2021, Il Parlamento Europeo si è occupato di questo argomento nell'ambito più generico di una importante risoluzione del 7 luglio 2021 su “i dialoghi cittadini e la partecipazione dei cittadini al processo decisionale dell'Unione Europea.”3 Ha ricordato con forza, sulla base degli articoli 10 e 11 del trattato della UE,”il diritto posseduto dai cittadini di avere accesso a informazioni sicure, indipendenti e reali sull'Unione Europea, le sue politiche e i suoi processi decisionali e che questo diritto comportava la necessità di prevedere un accesso diversificato a un centro europeo comune dedicato all'attualità che fosse neutro e indipendente, che avesse lo scopo di informare e fosse accessibile in tutte le lingue ufficiali dell'Unione.”

Al fine di valutare bene la portata di questo argomento oggetto di discussione, è necessario da una parte esaminare che cosa bisogna intendere con lingua ufficiale e d'altra parte identificare le idee che si oppongono al progetto linguistico.

Lingua ufficiale

Sotto l'Impero romano, il latino non era indicato come lingua ufficiale, ma l'Editto dell'imperatore Caracalla del 212 d. C. ha attribuito la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell'Impero, senza precisare la conoscenza del latino. Tuttavia il latino era la lingua dell'amministrazione, i funzionari dello Stato erano tenuti a conoscerla. Il latino era dunque difatti la lingua ufficiale dell'impero.

In Francia, si può considerare l'ordinanza reale di Villers-Cotterets del 1539, oltre come legge più antica della giurisprudenza francese ancora attualmente in vigore, come il testo che stabilisce il francese, pur se poco formalizzato dal punto di vista grammaticale, come lingua ufficiale del regno. Sottolineiamo incidentalmente che, contrariamente a idee ampiamente diffuse, l'estensione del francese non corrispondeva ai confini del regno e il francese era presente in Europa dalla Gran Bretagna fino alla Palestina.

Gli articoli 110 e 111 dell'ordinanza di Villers-Cotterets dicono questo:

Articolo 110 Affinché non ci sia motivo di dubitare sulla comprensione di queste sentenze, noi vogliamo e ordiniamo che esse siano fatte e scritte in modo così chiaro che non ci sia né possa esserci alcuna ambiguità o incertezza e neppure ragione di chiederne una interpretazione. Articolo 111 E poiché queste cose sono accadute molto spesso a causa della errata interpretazione delle parole latine contenute nei suddetti decreti, vogliamo d'ora in poi che tutti i decreti, così come tutte le altre procedure, che provengano dalle nostre corti sovrane o da altre subalterne e inferiori, o che riguardino registri, inchieste, contratti, commissioni, sentenze, testamenti e qualsiasi altro atto e notifica di giustizia, o che dipenda da essi, siano pronunciati, registrati e consegnati alle parti, in lingua materna francese e non diversamente.

In questi due articoli si possono individuare due principi molto moderni. Prima di tutto c'è un principio di chiarezza per quanto riguarda i testi giuridici e in modo più generico il linguaggio dell'amministrazione. Si può collegare questo principio che esiste in alcune legislazioni ai principi di accessibilità e di trasparenza, evocati precedentemente. A complemento di questi principi, l'articolo 111 pone un principio, che ritroveremo nel codice civile ( articolo 111-2 ) che tende a prevenire eventuali difficoltà o conflitti di interpretazione. Siamo tutti certi che questi principi hanno conservato pienamente la loro attualità. Presenti in numerose legislazioni, sono oggetto oggi della norma ISO 24495-1:2023.

Un avvenimento molto più antico dell'ordinanza di Villers-Cotterets può assolutamente essere precursore dell'idea moderna di lingua ufficiale. Si tratta dei giuramenti di Strasburgo dell'842, che suggellano l'alleanza tra i due nipoti di Carlo Magno, Luigi detto il Germanico e Carlo il Calvo4, contro il loro fratello Lotario, avvenimento che precede di alcuni mesi il Trattato di Verdun dell'agosto 843 con il quale i tre nipoti di Carlo Magno si divideranno l'impero carolingio in tre parti: Carlo riceve la parte occidentale dell'impero da cui nascerà l'attuale Francia, Lotario la parte centrale dell'impero dall'Italia alla Frisia, e Luigi la parte orientale che sarà il cuore del futuro Sacro Romano Impero. Dobbiamo qui sottolineare per il suo legame con la nozione di lingua ufficiale la simbologia ispirata da Nitardo mentre le entità politiche non erano ancora costituite e le future entità che saranno create dal Trattato di Verdun e dagli altri trattati che seguiranno non avevano una loro coerenza linguistica. I giuramenti sono scritti in due versioni, una in lingua romanza, il latino popolare, antenato del francese, e l'altra in fŕancone, dialetto germanico. Carlo legge il giuramento in francone, poi Luigi in lingua romanza: ognuno di loro si rivolge alla sua assemblea e rilegge poi i giuramenti, questa volta Carlo in lingua romanza, Luigi in francone, e ognuna delle assemblee ripete il giuramento nella sua lingua. Si può discutere all'infinito sul carattere più o meno visionario di questa simbologia. Però essa è affascinante e da parte nostra ci limiteremo a constatare che la scelta delle lingue ufficiali, nozione inesistente all'epoca, non è soltanto una scelta amministrativa o funzionale ma una scelta politica di alto valore simbolico.

Quando l'Irlanda nel 2005 ha chiesto che la lingua irlandese, (cioè il gaelico dell'Irlanda), già lingua del Trattato al tempo del primo ampliamento della CEE nel 1973, fosse aggiunto come lingua ufficiale europea, all’articolo 1 del regolamento numero 1 del 1958, era evidente che si trattava prima di tutto di un atto simbolico per sostenere questa lingua che simbolicamente nella costituzione irlandese era prima lingua ufficiale dell'Irlanda, prima dell'inglese.

È evidente che quando Ursula Von der Leyen pronuncia il suo discorso sullo stato dell'Unione per l'80% in inglese, per il 10,1% in tedesco e il 9,9% in francese, mentre la Germania e la Francia rappresentano rispettivamente il 18,6% e il 15,2% della popolazione, siamo certi del valore simbolico di questa scelta a cui si può solo obiettare che il discorso sullo stato dell'Unione sia destinato prioritariamente alla stampa internazionale.

A questo punto si può fare osservare che nessuno stato nel mondo, nessuna organizzazione che pretenda di essere politica, ha come lingua ufficiale prevalente su tutte le altre una lingua parlata come lingua materna dall' 1,2% della sua popolazione.

Un'Europa che ha paura di se stessa

Occorre riconoscere che nessuno dei trattati europei possiede una dimensione culturale.

Ciò è comprensibile. Se l'identità oggi è una parola di moda, sinonimo di ripiegamento su di sé e di rifiuto esistenziale di qualsiasi differenza, una negazione della differenza, la nozione di cultura si blocca in definizioni sociologiche che contraddicono il carattere creativo che la fa esistere. Si sceglie la cultura museale a scapito della cultura creativa, e quando si parla di creatività, è spesso sulla base di uno spontaneismo staccato da ogni radice. Ora l'identità e le culture sono creazioni storiche frutto dell'esperienza individuale e collettiva.

Perciò i trattati evitano la questione culturale, forse a ragione, per non essere trascinati da nazionalismi che rinascono, in grado di rovinare la grande impresa di pacificazione e di riunione dell'estremità occidentale del continente eurasiatico.

Vediamo come stanno le cose.

Il Trattato di Roma evoca la cultura solo a proposito dello sviluppo economico, sociale e culturale dei paesi e territori d'oltremare.

La parola cultura appare per la prima volta nella dichiarazione di Copenaghen del 13 dicembre 1973《 sull'identità europea 》, testo di circostanza che fa storia a sé, che dice:

I nove stati europei, il cui passato e la cui difesa egoistica di interessi erroneamente intesi avrebbero potuto spingere alla divisione, avendo superato i loro antagonismi, hanno deciso di unirsi, elevandosi al livello dei bisogni fondamentali europei, per garantire la sopravvivenza di una civiltà comune a tutti loro.

e continua:

Desiderosi di garantire il rispetto dei valori giuridici, politici e morali a cui sono legati, desiderosi di preservare la ricca varietà delle loro culture nazionali, condividendo la stessa concezione della vita, basata sulla volontà di costruire una società concepita e realizzata al servizio degli uomini, intendono salvaguardare i principi della democrazia rappresentativa, dello stato di diritto, della giustizia sociale - obiettivo del progresso economico - e del rispetto dei diritti umani, che sono elementi fondamentali dell'identità europea.

Il Trattato di Maastricht (1992) è meno eloquente: evoca “l'eredità culturale comune , il patrimonio di importanza europea” da salvaguardare e “la cultura e la storia dei popoli europei” di cui è necessario migliorare la conoscenza e la diffusione.

La Carta dei diritti fondamentali ( 18 dicembre 2000 ) ci sorprende con un pizzico di ambizione:

I popoli europei, nel creare tra loro un'unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà : l'Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.

Infine il Trattato di Lisbona ( 2010 ) ricordando “le eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, la libertà, la democrazia, l'uguaglianza e lo Stato di diritto” esprime la sua ambizione museale nei seguenti termini: l'Unione “rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica, e vigila sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo.”

Dunque non si rileva alcun progresso tra il 1973 e il 2023 dal punto di vista della scoperta di una coscienza culturale europea. Constatiamo piuttosto una regressione. L'Europa ha talmente paura di se stessa che la presidente della Commissione non esita a rivolgersi ai cittadini europei in una lingua che imparano a scuola, cosa certamente positiva, a condizione di non essere la sola lingua insegnata, e che la Commissione si inorgoglisce di una campagna pubblicitaria che pretende di mobilitare i cittadini dal nome “You are EU”.

Una ideologia linguistica obsoleta ma interessata

Non dobbiamo trascurare l'ideologia linguistica che ispira da 50 anni tutti i governi nazionali e le istituzioni europee.

Questa ideologia si basa sull'idea che “la funzione primaria del linguaggio come strumento umano e universale è di far comunicare tutti (o in ogni caso le persone importanti), in tutti i paesi, su quello che si sa o su quello che si vuole. Idealmente, e sempre più nella realtà, è sufficiente una sola lingua comune (l'inglese commerciale), in modo che ci si possa fare capire ovunque, essere capaci di elaborare e di trasmettere risultati razionalmente stabiliti, far valere nei rapporti internazionali diritti ben identificati e ragionevoli, in quanto chiaramente articolati in un linguaggio di estensione universale. Si presuppone che la parola esprima una cosa chiara, ben definita nello stato delle cose, o che indichi una pretesa legittima e negoziabile. Insegnare una lingua a scuola significherebbe trasmettere questo rapporto denotativo con le cose, prima di tutto nella lingua materna degli alunni, poi, il più presto possibile, nella lingua mondiale, sin dalla scuola primaria o anche prima”5. Questa idea abbastanza condivisa dai linguisti negli anni 1960 raggiunge la tendenza cartesiana a pensare che il reale si riduca fondamentalmente ad alcuni dati elementari che si tratterebbe di controllare in primo luogo, avendo una rappresentazione chiara e univoca, mentre la parte più complessa di questi dati verrebbe dopo, come una aggiunta. In questa visione, la storia importa poco poiché essa è di per se stessa, nelle sue tensioni, nelle sue ambiguità, un elemento complesso. Essa viene a sconvolgere le idee primarie che occorre avere per pensare in modo chiaro ed essere efficaci6. [6]

Nello spirito di coloro che possiedono questa ideologia, che occupano la maggior parte dei posti di comando, la diversità linguistica e culturale, contenuta nei trattati, non è una ricchezza ma un ostacolo alla comunicazione e agli scambi. Invece è proprio il contrario, perché la qualità della comunicazione è inversamente proporzionale alla standardizzazione e alla semplificazione del linguaggio.

Questa concezione è fortemente ispirata dalla teoria matematica della comunicazione nella quale lo scambio linguistico si trova ridotto allo scambio di messaggi tra un mittente e un destinatario. Non ha nessun fondamento scientifico e non ne ha mai avuto uno.

Questa lingua, senza storia e senza legame con un vissuto qualsiasi individuale e collettivo, ha più a che vedere con la neolingua del 1984 di G. Orwell che con l'inglese popolare o letterario del nativo anglofono. È una lingua di cliché e non di sfumature. Può avere un senso come lingua veicolare in comunità ridotte nell'ambito di strutture ben definite in cui il codice regna sovrano. Ma, uscita da questi ambiti ristretti, non è più una lingua di comunicazione e diventa una lingua di “non comunicazione”7. Come ce lo ricordava Hannah Arendt nel 19648 [8], niente può sostituire le lingue materne.

In altre parole l'abuso di inglese nella comunicazione della Commissione europea e del Consiglio europeo (l'attuale presidente Charles Michel, francofono, si esprime solo in inglese), è uno strumento di delegittimazione del progetto europeo rispetto alla maggior parte dei cittadini europei.

Esiste chiaramente, da parte di alcuni paesi e persino all'interno della Commissione, con la presidente in primis, una strategia per imporre l'inglese come “lingua comune” se non “lingua unica”delle istituzioni.

Non ci sarebbe nulla da ridire se questo genere di azione avesse un qualche motivo di esistere al servizio dei paesi europei e dell'Unione che li raggruppa.

Tutta la questione è qui.

L'interesse geopolitico

Dietro questa strategia esiste l'interesse geopolitico che si fonda sull'ideologia.

Da un punto di vista geopolitico, è difficile non vedere nel partito preso dell'inglese “lingua comune” un marchio egemonico e una manifestazione di obbedienza. Ma senza alcuna vergogna. Dopo tutto, il vassallaggio può essere anche positivo, fino a che gli interessi convergono. In caso contrario, se ne paga il prezzo un giorno l'altro, ed è quello che capita all'Europa, mantenuta da forze interne ed esterne per mezzo secolo in una pigrizia intellettuale interessata. Se l'Europa si fosse preoccupata prima della questione della sua difesa e della sua cultura, il destino sarebbe forse stato diverso da quello che è oggi. Nel 1973, nella dichiarazione di Copenaghen, la questione si era già posta. I termini della discussione non sono cambiati, ma il teatro delle operazioni, sì. Non è mai troppo tardi per rendersene conto.

Nella Carta europea del plurilinguismo redatta e presentata come petizione dall'OEP e dai suoi collaboratori nel 2005, all'articolo “Plurilinguismo e identità europee”, si dice tra le altre cose anche questo:

Il plurilinguismo è il mezzo di affermare in Europa la continuità delle entità nazionali, luogo privilegiato di esercizio della cittadinanza. Se l'Europa del Commercio può accontentarsi, non senza rischi, di una lingua veicolare, l'Europa politica e cittadina non può esistere senza la conoscenza e la comprensione reciproca dei popoli europei. Questa conoscenza e questa comprensione reciproca possono affermarsi soltanto attraverso il patrimonio linguistico culturale. Non può esistere un'unica lingua per l'Europa. L'Europa deve trovare la sua completezza rifiutando di pensare e di lavorare attraverso le lingue delle superpotenze attuali o future, soprattutto qualora esse siano minoritarie in Europa.

La conclusione linguistica è la seguente: la lingua dell'Europa è il plurilinguismo. Non esiste alternativa.

1 Queste cifre provengono dalla Direzione generale della traduzione e sono tratte dal libro di Robert Phillipson "The dominance of English, a challenge for Europe" (Il dominio dell'inglese, una sfida per l'Europa), Rootledge, 2003, trad. it. Ed. MEC, 2019.

2 https://www.ombudsman.europa.eu/fr/doc/inspection-report/fr/110044

3 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/FR/TXT/PDF/?uri=CELEX:52021IP0345&from=EN

4 Diversi riferimenti sono particolarmente utili per comprendere questo evento, che è inseparabile dal Trattato di Verdun firmato un anno dopo dagli stessi protagonisti: La naissance du français, Bernard Cerquiglini, Que sais-je?, 1991; L'invention de Nithard, Bernard Cerquiglini, Les Editions de Minuit, 2018, L'histoire mondiale de la France, dir. Patrick Boucheron, Seuil, 2017, p. 105-109; Les larmes, Pascal Quignard, Grasset, 2016.

5 Articolo precedentemente pubblicato sulla rivista Esprit n. 437, settembre 2017. Lo ripubblichiamo per gentile concessione della rivista Esprit.

6 In un brillante studio sugli albori del liceo napoleonico, Gérard Gengembre ha mostrato come sia stato necessario raggiungere un compromesso tra la filosofia razionalista degli ideologi e le Belles- Lettres. La retorica, con i suoi testi antichi, aveva il suo ruolo, ma era considerata troppo pericolosa perché legata agli eccessi dell'aristocrazia e della Rivoluzione. La lezione di retorica (la prima) doveva essere completata dalla filosofia, che riportava gli studenti alla ragione e ai suoi comandi. La storia era tutt'al più riservata all'istruzione superiore, una volta che le élite erano state smistate (e indirizzata più verso le grandes écoles più tecniche): "L'esthétique des idéologues et le statut de la littérature", in Michel Espagne e Michaël Werner (eds.), Philologiques I. Contribution à l'histoire des disciplines littéraires en France et en Allemagne, Paris, Éditions de la Maison des sciences de l'homme, 1990, pp. 89-104.

7 Su questo tema si veda "Une théorie politique de la communication", Dominique Wolton, https://hermes.hypotheses.org/4932 e, dal punto di vista linguistico, Antoine Culioli et autour d'Antoine Culioli.

8 La langue maternelle, Eterotopia, Paris, 2015.