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Plurilinguismo e universalità

Quando abbiamo creato l’Osservatorio europeo del plurilinguismo nel 2005, non immaginavamo che la questione delle lingue e del plurilinguismo avrebbe potuto trovarsi oggi al centro di un dibattito politico e filosofico assolutamente fondamentale per i tempi presenti e futuri.

Il nostro interrogativo iniziale era provocato da un fenomeno molto rapido che segnava il nostro spazio linguistico europeo. Da una parte il fatto che l’inglese si fosse imposto in pochi anni come quasi la sola lingua usata nelle istituzioni europee e dall’altra parte l’accelerazione spettacolare della penetrazione degli anglicismi nella lingua francese.

E ci ponevamo queste due questioni con tanta più intensità, che nessuno dei fondatori dell’OEP, fini linguisti o provvisti di una buona cultura linguistica, provava ostilità nei confronti della lingua inglese, né aveva una qualsiasi posizione di difesa e di purismo rispetto alla lingua francese.

D’altronde, la posizione critica che ci era naturale ci vietava di cedere a tutti i luoghi comuni che riguardano il dominio tanto istituzionale che linguistico dell’inglese (lingua facile, moderna, efficace, ecc.).

Il lavoro paziente e metodico dei Britannici all’interno della Commissione europea per ridurre il ruolo del francese e del tedesco e imporre l’inglese come unica lingua di lavoro effettiva si è trovato coronato di successo a partire dall’adesione nel 2005 di 10 nuovi membri provenienti dalla dissoluzione del blocco sovietico. Questa evoluzione non aveva proprio nulla di naturale. Era certamente contraria al trattato europeo che sostiene la diversità linguistica e culturale, e al regolamento linguistico dell’Unione, il regolamento N° 1 del 6 ottobre 1958, che presenta la lista delle lingue ufficiali e precisa nel suo articolo 4 che « I regolamenti e gli altri testi di portata generale sono redatti nelle lingue ufficiali », non soltanto « pubblicati », ma « redatti ».

Per quanto riguarda l’adozione massiccia di termini inglesi in tutte le lingue europee e in particolare in italiano, tedesco e francese

benché non si disponga di studi statistici seri a questo riguardo, questo movimento corrisponde grosso modo al periodo di globalizzazione trionfante e di dominio ideologico del neoliberalismo. Esso è estraneo all’affermazione dell’inglese come prima lingua internazionale, con grande distacco da francese, spagnolo e arabo.

Il concetto di plurilinguismo1

Di fronte a questa pressione verso il monolinguismo, occorreva un nuovo concetto. Esso è stato ripreso dai lavori del Consiglio europeo: è nato così il « plurilinguismo ».

Il plurilinguismo si distingue dal multilinguismo per il fatto che postula che il locutore parli più lingue, almeno due, con diversi livelli di competenza. L’uso del termine « multilinguismo », spesso confuso, è piuttosto riservato al livello collettivo, dove per esempio in una stessa società si possono

vedere persone di lingue diverse ma monolingui.

È la prima differenza, ma ne esiste un’altra, fondamentale, cioè che il locutore plurilingue, in ragione proprio del suo plurilinguismo, ha una sensibilità particolare rispetto alla lingua. Mentre una persona monolingue non può comunicare con una persona di lingua diversa senza traduzione, l’individuo plurilingue è fino a un certo punto traduttore e interprete per se stesso. A partire dal momento in cui la lingua non è più uno strumento per le cose più elementari della vita, e si affronta la relazione con il mondo e con l’altro, il linguaggio prende tutta la sua dimensione e il plurilinguismo perde il suo aspetto di performance mentale per diventare fonte di arricchimento personale e collettivo e di emancipazione.

Il ruolo millenario della traduzione

Sappiamo che l’evoluzione dell’Umanità, la « freccia del tempo », segnata dal sigillo dell’irreversibilità, non è una linea continua verso il progresso, ma è caratterizzata da stagnazioni e spaventose regressioni. Ora, tutta la storia dell’Umanità si ritrova nelle lingue e di conseguenza tutte le lingue portano in sé una parte di universale.

E in quest’universalizzazione delle lingue, si trova sempre la traduzione. Che si sia in un contesto multilingue o plurilingue, si ritroverà sempre la forza della traduzione. Per una società multilingue, la traduzione è d’altra parte l’unico modo per aprirsi sul mondo esterno.

Occorre misurare l’importanza capitale della traduzione nella storia dell’Umanità.

Così, tra l’anno 750 e l’anno 1000 della nostra era, sotto la dinastia degli Abbasidi che fonda Bagdad, si organizza una grande politica di traduzione delle opere dell’Antichità greca, le quali, come un vero bottino di guerra, hanno potuto passare dalle biblioteche bizantine alle nuove « Case della saggezza » arabe, centri di insegnamento ed anche di conversione da una lingua all’altra1. Per queste enormi traduzioni che si sono susseguite per più di due secoli, sono stati richiesti gli apporti di traduttori cristiani, ebrei e arabi.

L’effervescenza intellettuale raggiunge la Spagna, dove gli Arabi prendono Cordova nel 711. Essa rivaleggerà rapidamente con Bagdad, diventando per tre secoli una grande capitale intellettuale e culturale. « È importante ricordare che nel X secolo la biblioteca di Cordova racchiudeva non meno di 400 000 volumi tra cui opere preziose di scrittori e eruditi greci che si trovavano solo là. Si scoprivano anche molte opere indù o persiane e così, attraverso la lingua araba, si trasmettevano saperi che l’Europa non conosceva o aveva perso. Non è quindi esagerato assimilare Cordova a un alto luogo di memoria e di trasmissione tra Oriente e Occidente. »2

Con la fine del califfato di Cordova nel 1031, e l’inizio della Reconquista cattolica, i cristiani « s'impadroniscono di uno dei 4 o 5 maggiori centri della cultura islamica. Sono allora gli Occidentali che entrano in contatto con il pensiero greco attraverso la mediazione delle traduzioni arabe. Molti studiosi, provenienti da tutta Europa, si recano in Spagna per tradurre manoscritti: ad esempio Daniel de Morley dall’Inghilterra, Gerardo da Cremona dall’Italia, Hermann di Carinzia dall’Europa centrale. Lo sviluppo economico dell’Occidente, la sua urbanizzazione suscitano un nuovo interesse per i problemi filosofici e scientifici, che porterà alle grandi sintesi del XIII secolo, di Alberto il Grande e di Tommaso d’Aquino. »3

Dobbiamo aggiungere a questa troppo breve sintesi che la capitalizzazione da parte dei sapienti arabi dall’VIII al X secolo ha permesso una diffusione dell’eredità della Grecia antica, ben oltre l’Europa, verso l’Oriente e verso l’Africa. Così, in un’intervista recente su RFI, il filosofo senegalese Souleymane Bachir Diagne4 ricordava che nella biblioteca di suo nonno si trovavano opere in arabo che analizzavano e discutevano la filosofia di Aristotele e che grazie a queste, ed altre, letture è nata la sua vocazione di filosofo.

Dunque, non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza primordiale della traduzione nella storia culturale e politica dell’Umanità.

Abbandonare l’idea della lingua come strumento

E l’apporto del plurilinguismo è la comprensione, attraverso l’esperienza personale, della diversità delle lingue, della percezione del mondo e dell’altro. E, andando oltre, noi sappiamo che, per un certo verso, ognuno ha la sua lingua, o la sua varietà linguistica all’interno di una o più lingue più globali. E basta questa consapevolezza per modificare radicalmente il rapporto con l’altro.

Dire che ogni lingua ha in sé una parte di universale implica delle conseguenze. Coinvolge la nozione stessa di universale. Questa idea è anche decisamente rivoluzionaria. Spieghiamo perché.

Come abbiamo sottolineato molte volte, finché la linguistica continuerà a ridurre la lingua a un mezzo di comunicazione, un semplice strumento, rinforzando l’opinione comune fossilizzata da secoli, si continuerà a vedere in una lingua unica una manifestazione di universalità, e la diversità linguistica porterà sempre il sospetto di rallentare il progresso. In effetti si applica alla lingua in generale il precetto di Aristotele di dare un unico significato ad ogni parola, esigenza che può essere comprensibile nei campi della tecnica e delle scienze esatte, ma che, applicata alle lingue naturali, rivela una completa ignoranza dell’essenza del linguaggio.

Il ritorno di interesse per le lingue regionali e quelle minacciate di scomparsa suscita evidentemente qualche interrogativo. Ma, sul piano scientifico, è soltanto negli anni ottanta che alcuni linguisti ed esperti di didattica si preoccupano dei legami tra lingue e culture, ritornando, dopo un’assenza di quasi di più di un secolo, a una tradizione linguistica illustrata in particolare da Wilhelm von Humboldt. Rimane tuttavia aperta la questione di sapere se la separazione operata tra lingua e cultura era soltanto una separazione disciplinare o se essa era realmente possibile.

A partire dal 1969, per esempio, basandosi su Levi-Strauss, José Mailhot conclude sulla necessità di considerare le due nozioni "globalmente" e non suddivise "in livelli" semplicemente perché, come dirà Louis Porcher nell’atto linguistico, lingua e cultura sono inseparabili, cioè non si può capire la lingua, se non in modo approssimativo o per cose estremamente semplici, se non si ha assimilato un po’ della cultura che essa implica.

Dunque la lingua unica è pura fantasia, ma questo non vuol dire che non possano esistere passerelle tra le lingue. Le culture interagiscono le une con le altre, tranne casi di isolamento assoluto, grazie in particolare alla traduzione per effetto degli scambi linguistici e a livello dei singoli individui se sono plurilingue.

E questi scambi sono possibili proprio perché in ogni lingua c’è una parte di universale, e questo aspetto merita di essere discusso.

Che cosa s’intende per « universale » ?

Louis Porcher6 si è fondato sul concetto hegeliano di universale-singolare per esplicitare il processo didattico attraverso il quale il discente che impara una o più lingue opera confronti con la sua lingua madre, o con un’altra lingua, e si crea un metalinguaggio.

« Il confronto tra lingue-culture inerenti alla procedura è fondamentalmente di tipo interculturale perché le lingue e le culture sono realmente in contatto. Si tratta indirettamente di mettere in luce quanto vi è di " universale-singolare " in ogni lingua. »
"Un universale-singolare è infatti un fenomeno presente ovunque, cioè di cui ognuno possiede l’esperienza almeno vissuta, ma che ogni società o (forse, più verosimilmente) ogni cultura percepisce e tratta in modo diverso." (Groux et Porcher, 2002, p. 74).
Il concetto di universale-singolare, definito originariamente da Hegel, esprime il legame tra l’universale e il particolare: il particolare trova il suo posto nell’universale e viceversa. Riguardo alle lingue, esistono molti universali: l’espressione della negazione, dei sentimenti, del tempo, ecc. ma con specificità per ogni società. Inoltre, secondo L. Porcher, l’accesso alla nuova lingua attraverso l’universale-singolare ha il vantaggio di riconciliare "la cultura di provenienza (quella del discente) e la cultura di destinazione conferendo loro un punto comune." (Porcher, 1994, p. 11).

Per il nostro intervento ci sembra particolarmente importante che gli universali singolari non siano assolutamente riducibili gli uni agli altri, come se costituissero una sorta di minimo comune denominatore, il che sarebbe completamente riduttivo e ci farebbe ricadere nel temibile fantasma della lingua unica.

Che essi non siano riducibili gli uni agli altri significa che permettono di accedere alla nuova lingua, che diviene intelligibile, pur preservando la sua ricchezza e la sua specificità. Questa concezione dell’universale è inclusiva e non esclusiva.

A questo proposito, è utile sottolineare che Liebniz1 aveva già colto questa problematica attraverso la nozione di monade e di « punto di vista ».

La monade è l’unità elementare di vita, capace di appercezione, di percezione, di coscienza, di memoria ed è costitutiva di ogni essere vivente. Se queste parole sono datate, si resta tuttavia ammirati dalla modernità del concetto. Tutte le monadi sono diverse e hanno come proprietà intrinseca la capacità di evoluzione. Ogni essere vivente è costituito da monadi. In quanto tali, queste unità elementari sono universali, e infinite per numero e diversità. Universalità e diversità sono dunque consustanziali, e indissociabili. Alla nozione di monade è associata quella di « punto di vista ». Ogni monade è un punto di vista sull’universo, ma nessuna può raggiungere l’universo nella sua totalità. Solo Dio ne è capace perché è nell’universo. Queste nozioni di fonte vitale e di punto di vista le ritroveremo in particolare in Nietzsche e Bergson e, tra i linguisti, in particolare in Humboldt (le lingue sono « visioni del mondo », sinonimo di « punto di vista ») e in Saussure.

Ciò significa che ridurre l’universalismo europeo2 al pensiero coloniale è sì legittimo, ma anche, nello stesso tempo, una deviazione grave e riduttiva.

Quando si parla di diversità, occorre non solo pensare alle diversità culturali e linguistiche, che sono, secondo Vico, prima di tutto l’espressione della diversità delle esperienze storiche, ma bisogna pensare anche alla diversità dei modi di esprimersi.

Bisogna per esempio riflettere sulle origini dell’arte e della scrittura3. Le prime forme di scrittura hanno fatto ricorso alle immagini sotto forma di pittogrammi. E le arti parietali mostrano che anche prima della scoperta della scrittura gli uomini si esprimevano attraverso gli oggetti, le immagini e i simboli, cioè con i geroglifici. Giambattista Vico in La Science nouvelle4 sviluppa questa idea..

Verso un universale veramente universale

E quando Léopold Sedar Senghor spiega che l’arte è un approccio alla realtà, come, in un altro modo, lo è la conoscenza scientifica, si inserisce in effetti in questo solco. Come spiega Souleymane Bachir Diagne5, si può stabilire un legame con il percorso di Nietzsche che nel 1886 ritorna alla sua opera giovanile, La Nascita della tragedia, in cui esplora il rapporto dell’arte con la verità in questi termini « esaminare la scienza alla luce dell’arte, ma l’arte alla luce della vita »6. È in qualche modo, secondo Souleymane Bachir Diagne, con un’audacia simile che Senghor affronta l’impresa di fare dell’arte africana un modo di conoscere africano, un’intelligenza africana della realtà, di cui troverà la giustificazione in Bergson. Ma precisiamo subito che in Senghor non si tratta assolutamente di una posizione differenziata o identitaria qualsiasi, ma dell’affermazione del contributo dell’Africa alla civiltà universale.

Dunque, attraverso il plurilinguismo, rifiutiamo l’idea che l’universale si riassuma a ciò che è comune a tutte le culture, opzione che presta il fianco a tutte le derive riduzioniste, in quanto ha la sua personale concezione di ciò che è comune. Come suggerisce François Jullien7, l’universalità deve fondarsi sull’intelligibilità reciproca delle culture, poiché il singolo individuo persegue il suo destino dentro e tra le culture.

Tutti questi concetti sono espressi molto rapidamente, troppo rapidamente, ma preparano il terreno delle 6° Assise europee del plurilinguismo a Cadice, da declinare secondo i quattro assi di base che sono i settori politico, educativo, economico e sociale e culturale.

https://assises.observatoireplurilinguisme.eu

1Qu’est-ce que le plurilinguisme ?, Christian Tremblay, https://ct.observatoireplurilinguisme.eu/mes-articles/11688-qu-est-ce-que-le-plurilinguisme; https://www.academia.edu/38390310/Quest_ce_que_le_plurilinguisme_

2Un voyage dans les philosophies du monde, Roger-Pol Droit, Albin Michel, 2021, 334 p., pp. 271-272.

3Nos ancêtres les Arabes, ce que notre langue leur doit, Jean Pruvost, Jean-Claude Lattès, 2017, 318 p., p. 62.

4Ce que l'Occident doit à l'islam, Gabriel Martinez-Gros dans mensuel 342 daté mai 2009

6 Le concept d’universel-singulier dans la pratique d’enseignement du français en contexte migratoire, Stéphanie Senos, TransFormations : Recherches en éducation et formation des adultes, Institut CUEEP, Lille 1, 2015, Approches de l’activité & Sciences de l’éducation, pp.143-161. ⟨hal-01170930⟩.

7 Discours de métaphysique. Monadologie. G.W. Leibniz, Gallimard, Folio inédit essais, 2004, p. 219 à 237 notamment.

8 L’universalisme européen. De la colonisation au droit d’ingérence, Immanuel Wallerstein, Demopolis, 2006

9 Les trois écritures, Clarisse Herrenschmidt, Gallimard, 2007, et L’Orient ancien et nous, J. Bottéro, C. Herrenschmidt et J.-P. Vernant.

10 La Science nouvelle (1744), Giambattista Vico, traduit et présenté par Alain Pons, Fayard 2001, § 435, p. 193.

11 Léopold Sédar Senghor. L’art africain comme philosophie, Souleymane Bachir Diagne, Riveneuve 2019, p. 17

12 La Naissance de la tragédie, F. Nietzsche, Paris Gallimard 1949, p. 170

13 De l’universel, de l’uniforme, du commun et du dialogue entre les cultures, François Jullien, Fayard, 2008, p. 219 et s.