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Il genere femminile nelle parole: l'origine di una confusione teorica

Sin dalla scuola primaria, ai bambini francesi viene insegnato che i sostantivi francesi si scindono in due gruppi: l’uno include i cosiddetti sostantivi di genere femminile, l’altro quelli di genere maschile. Contrariamente all’apprendimento dei verbi, suddivisi in primo, secondo e terzo gruppo, la cui denominazione non implica alcuna convergenza verso una realtà esterna alla lingua, l’utilizzo dei termini maschile e femminile suggerisce subito la possibilità di una correlazione tra l'esistenza di segni formali linguistici e i tratti di carattere femminile o maschile. Questa concezione permette di distinguere due punti di vista, laddove l’uno sostiene l'esistenza di una motivazione di fondo per l'apparizione del genere nelle lingue, idea condivisa da molteplici linguisti agli inizi del XX secolo, tra cui Michel Bréal, Antoine Meillet, nonché Jacques Damourette e Édouard Pichon, che avanzano l'ipotesi della distinzione di genere come sempre esistita in modo molto rilevante anche in francese, persino quando si tratta di nominare ciò che oggi ci sembra essere inanimato; l'altro, invece, sostenuto dalla teoria funzionalista di André Martinet, vuole enfatizzare una divisione arbitraria dei sostantivi.

La forma impostata dai fenomeni morfosintattici della concordanza, nonché quella dei processi di derivazione, insieme alla cronologia dell'apparizione di queste forme e della loro persistenza nella maggior parte delle lingue indoeuropee attuali, sono argomenti su cui diversi linguisti hanno cercato, in modi divergenti, di chiarire le molteplici confusioni legate allo studio del genere. In questo articolo esamineremo in particolare tre diversi aspetti del genere femminile che generano confusione.

  1. L’origine semantica del genere femminile nelle lingue indoeuropee

Il linguaggio, percepito come espressione del pensiero, era un’idea pregnante nel XIX secolo, la quale alimentò, attraverso lo studio del genere nominale, la riflessione sulla motivazione del segno e del suo referente, e quindi la visione del mondo correlata agli eventi linguistici. La mitologia offriva in questo senso una via d’accesso a questa concezione ancestrale. Bréal, che aveva dedicato una parte dei suoi studi all’argomento ritenuto indispensabile per comprendere le sfaccettature del linguaggio, redasse vari articoli, pubblicati nel suo libro Mélange de mythologie et de linguistique, in cui si soffermò ad osservare le diverse denominazioni delle figure mitologiche nelle lingue indoeuropee. Ne concluse che se gli uomini avevano inizialmente distinto il genere dell’essere vivente, lo avrebbero poi attribuito agli oggetti inanimati attraverso un processo di antropomorfizzazione. Conferire questo dono di vitalità agli oggetti risiedeva in queste “fonti di immaginazione (...) che guidano il poeta”, e non in un fenomeno fonetico casuale diffuso nella lingua secondo la legge dell’analogia, come proposto dal filologo tedesco Karl Brugmann. Bréal si espresse sull’argomento, opponendosi ad una tale tesi che, in effetti, avrebbe negato l’esistenza di un’altra categoria grammaticale (il neutro), a favore di una ripartizione dei sostantivi in animato o inanimato. Secondo Bréal, questa opposizione era testimone delle convinzioni animiste dei popoli indoeuropei antichi, i quali avevano attribuito un genere a degli oggetti inanimati come l’acqua, il fuoco, il sole, la luna, la stella, il giorno, la notte, le parti del corpo, ecc. Le lingue sono quindi modellate secondo la visione del mondo, e la concezione del maschile e del femminile era dunque figlia di rappresentazioni collettive.

Meillet riprese le orme del suo maestro per interessarsi ai nomi di questi diversi elementi, concepiti sia come divinità che come oggetti materiali. Tentò di determinare il rapporto di motivazione tra il genere grammaticale di alcuni sostantivi e la percezione del carattere animato e sessuale dei loro riferimenti. A seguito di un’analisi lessicale comparata, constatò che erano pochi i sostantivi il cui genere attribuitogli era facilmente giustificabile. Se l’opposizione tra animato ed inanimato sembrava avere un valore considerevole durante l’era preistorica, in generale l’opposizione di genere tra maschile e femminile nella classe degli animati non sembrava basarsi su alcun significato specifico. Tuttavia, seppur rari, alcuni riferimenti inanimati sembravano possedere delle caratteristiche assimilabili a quelle specifiche dell’essere femminile o maschile ed incoraggiavano quindi l’ipotesi dell’esistenza di un legame tra genere e riferimento.


Meillet distinse altresì, attraverso l’analisi di sostantivi animati ed inanimati, due tipi di gruppi linguistici. Per il primo, notò che alcuni referenti erano designati da sostantivi dotati di genere maschile o femminile di cui vedremo i segni formali successivamente. In queste lingue, l’opposizione tra maschile e femminile sembrava essere motivata in piccola parte dai loro sostantivi. Alcune coppie come il fuoco e l’acqua, il sole e la luna, la mano e il piede, i cui generi differiscono da una lingua all’altra, sembravano offrire la regolarità di un’opposizione di genere (essere maschile ed essere femminile) e permetteva di formulare l’ipotesi dell’esistenza, all’interno di questi popoli, del concetto della divisione di genere. Meillet, riferendosi ai miti e alle cosmogonie indoeuropee, considerava questo gruppo di lingue come appartenente essenzialmente a delle civilizzazioni dalla forte pregnanza religiosa, e credeva nell’esistenza di una forma femminile di origine divina che animava questi oggetti inanimati. Le qualità di religiosità, di mistero, di generatività, di ricettività, che Meillet sottolinea nel suo studio lessicale, confermavano secondo lui questa ipotesi.

Tuttavia, il secondo gruppo linguistico, appartenente a dei popoli che conferivano meno importanza al ruolo della religione, non sembravano distinguere il genere di quegli stessi sostantivi per cui utilizzavano invece il genere neutro.

Volgendo l’analisi in particolare verso lo studio lessicale del primo gruppo linguistico, Maillet enumerò i tratti semantici dei sostantivi animati e li analizzò in correlazione con il genere potenziale del referente. In queste lingue, laddove l’acqua designava una forza naturale propriamente religiosa, a volte materna, o quando era analizzata durante il suo movimento (sgorgamento, onde) e nella sua passività (la sua mansuetudine o il suo arresto), il sostantivo era flesso al femminile. Il nome degli alberi, che è solitamente di genere femminile nelle lingue indoeuropee, poteva essere giustificato attraverso la metafora dell’essere sessuato femminile che porta in grembo dei bambini. La terra, in quanto fecondata dalla pioggia del cielo (di genere maschile), era logicamente di genere femminile. La notte, a causa del suo “carattere religioso vissuto più acutamente di quello del giorno, perché ha qualcosa di più misterioso”; la mano, per la sua capacità di ricevere, era spesso di genere femminile. Quando, ad esempio, gli astri, la luna e il sole erano visti per la forza interna che li anima, le lingue ricorrevano nuovamente al genere femminile. Anche la lingua, in quanto organo mobile, lo era sistematicamente, sebbene le sue ragioni siano più difficili da ricostruire. Vi era tuttavia l’eccezione della milza che, seppur incarnasse in modo simile un ruolo religioso per molti popoli, il suo sostantivo era esclusivamente di genere maschile. Il maschile appariva in egual misura che il femminile nei sostantivi di sole e luna laddove semplicemente nominati o considerati come divinità. Il termine sonno in quanto “forza potente che sottomette gli uomini alla sua volontà”; la luce in quanto fonte di attività (illuminante e raggiante); il piede che marca il cammino; il cielo che feconda la terra con la sua pioggia erano di genere maschile e sembravano essere giustificati dai loro tratti comuni al carattere maschile.

Il genere neutro è stato invece identificato in altre lingue laddove designava gli stessi referenti, ma trattati questa volta per il loro essere materiale (acqua, fuoco, giorno, nome degli strumenti), oppure quando si voleva distinguere gli organi del corpo percepiti come immobili (ossa, cuore, fegato) da quelli percepiti come mobili e sempre di genere femminile o maschile (piede, mano, gamba, gomito, lingua). Secondo Meillet, il neutro aveva in questo modo valore identico alla nostra attuale concezione delle cose o degli oggetti e sembrava poter designare gli elementi inerti (egli non nomina alcuna azione), o considerati nel loro insieme (gli astri), il finito (limite, confine) o le cose definite (reputazione, parola).

Se il concetto dell’anima in alcune lingue è sufficientemente forte tanto da essere rinforzato da un divario di genere, ogni lingua indoeuropea sembra opporre inerzia e movimento, generico e specifico. Il concetto di un essere in quanto agente era quindi l’elemento comune a tutti i sostantivi di genere maschile o femminile, e secondo Meillet giustificava l’esistenza di un genere animato comune nelle lingue indoeuropee. Inoltre, dato che nessuna lingua sembrava inizialmente presentare la divisione dei generi maschile e femminile senza la coesistenza di un genere neutro, Maillet propose quindi di trattare in primis l’opposizione tra animato ed inanimato. La suddetta divisione si è in seguito espansa in modo arbitrario all’insieme dei sostantivi a causa di una tendenza linguistica a normalizzare le forme grammaticali.

2. Analisi comparata e storica del genere femminile

Per Meillet, così come per Bréal, qualunque creazione di una categoria grammaticale necessita sin dal principio l’espressione di un senso specifico. Inoltre, come abbiamo constatato, si presuppone l’esistenza di una ragione iniziale tra il carattere femminile ed il genere femminile, considerata da entrambi come una categoria grammaticale. Pertanto, tutti i processi linguistici di suffissazione sono studiati sullo stesso piano, poiché legati da un’origine semantica comune. L’apparizione simultanea, durante il periodo dell’indoeuropeo comune, di sostantivi che designano specificamente degli esseri femminili nonché dei fenomeni di concordanza degli aggettivi, dalla stessa forma di suffissi -i-, -yà-, condusse probabilmente Meillet a distinguere minimamente questi due fenomeni.

Per motivi di chiarezza distingueremo tuttavia lo studio dell’opposizione tra animato ed inanimato da quella dell’opposizione tra maschile e femminile, a cui siamo interessati nel dettaglio, e lo studio delle marche formali dei sostantivi che rappresentano degli esseri sessuati femminili, di quella delle forme prese dagli aggettivi interessati dalla presenza di un accordo.

Meillet mostrò che l’opposizione tra animato (maschile e femminile) e inanimato (neutro) di sostantivi che rappresentano tanto degli esseri maschili o femminili quanto dei non esseri, o concepiti come tali, erano espressi in una lingua soltanto al nominativo o all’accusativo da una differenza flessionale. Questa differenza permetteva l’opposizione semantica tra l’agente e la causa efficiente. Sia al singolare che al plurale, i sostantivi animati presentavano in questi casi un cambiamento di flessione, mentre quelli inanimati non offrivano alcuna variazione, come testimoniano i seguenti esempi tratti dal latino:


 

Nom. sing.

Nom. plur.

Acc. sing.

Acc. plur.

Sostantivo puella “ragazza” considerato femminile

[puella]

[puellae]

[puellam]

[puellas]

Sostantivo vir “uomo” considerato maschile

[vir]

[viri]

[virem]

[viros]

Sostantivo mancipium “schiavo” considerato neutro

[mancipium]

[mancipium]

[mancipia]

[mancipia]


Tuttavia, l’opposizione sostantivale del carattere maschile a quello femminile non era espressa da una differenza di flessione (-m) e dunque non era omogenea a quella del neutro. In una lingua come il latino, questa discriminazione tra la modalità di espressione del maschile e del femminile e quello del maschile-femminile e del neutro erano spesso difficili da identificare, a causa dell’agglutinamento delle flessioni, che era invece, secondo Meillet, chiaramente identificabile in indoeuropeo.

Osservando i sostantivi indoeuropei che rappresentano gli esseri maschili e gli esseri femminili, Meillet constatò che non presentavano alcuna forma suscettibile in sé che indicasse la specificità del genere della cosa designata. Dunque, le parole in -à- designate dalla grammatica tradizionale come segno distintivo del genere femminile, e analogamente, delle parole in -o- per indicare il genere maschile, erano infatti, secondo Meillet, suscettibili di indicare tanto degli esseri femminili quanto maschili, o concepiti come tali. Ad esempio, il latino costruì il nome degli alberi a partire dalla lettera finale -o-, quando invece erano considerati di genere femminile, così come qualche sostantivo che designava degli esseri femminili. Analogamente, Meillet portò numerose prove dell’esistenza di nomi maschili terminanti in -à-, ad esempio i termini latini scriba, “scriba” o agricola, “agricoltore”. Ne consegue che:

“Anche quando sono degli esseri sessuati ad essere designati, i sostantivi indoeuropei non hanno le stesse lettere designanti il maschile o il femminile: i nomi di parentela latini come mater e frater, mater e soror, non hanno niente che li caratterizza come maschili o come femminili né nella loro lettera finale, né nella loro flessione”.

Tuttavia, soror presenta la persistenza di una parola antica utilizzata unicamente per distinguere le donne. In effetti alcune cifre, come tre e quattro, sono espresse in più lingue indoeuropee con parole diverse a seconda del genere degli individui enumerati. Qui più in dettaglio la distribuzione di questi termini nelle lingue celtiche ed indoiraniche. In ordine: sanscrito, vedico, irlandese e gallese.



I sostantivi collegati ad esseri femminili erano composti di vari termini, di cui il secondo sor-, sr- era simile al secondo termine della parola che designa la persona femminile di una comunità, ossia swe-sor-, swe-sr- (sanscrito svasar-, latino soror-). Questo fenomeno, che è probabilmente esistito nell’indoeuropeo comune, sembra essere scomparso nel corso del tempo. La creazione di sostantivi derivanti e designanti specificamente degli esseri femminili era apparsa nello stesso periodo sulla base dei sostantivi che inizialmente non opposero alcun carattere di genere. “È solo successivamente che i sostantivi designanti degli esseri maschili o femminili hanno ricevuto una forma femminile distinta da quella maschile”.

Come il francese dispone di un unico sostantivo per il maschio e la femmina degli animali come l’ape, la foca o il topo, il greco non distingueva la giumenta dal cavallo e utilizzava esclusivamente il termine hippos, ed il latino distinse tardivamente l’agnello (agnus) dall’agnella (agna). Secondo Meillet ed i numerosi scrittori a lui successivi ritengono quindi che il genere maschile rappresenta, al di fuori del carattere sessuale specificamente maschile, quello più generico e quindi più vicino alla non diversificazione. Sulla base di questa prospettiva, il genere femminile è quello più all’origine della differenziazione e che induce alla specificità del genere.

L’apparizione dei primi sostantivi derivati che designano degli esseri femminili avrebbe dovuto concernere i nomi d’agente, rispondendo ai bisogni di comunicazione delle società ancestrali per le quali il ruolo sociale degli uomini e delle donne era ben distinto.

Almeno tre tipi di suffissi derivati, presenti sin dall’indoeuropeo comune, erano identificabili per la derivazione dei sostantivi:  -yà- (sanscrito rajan- “re” rajan-i “regina”), -i- (latino genitor “genitore” genitrix “madre”) e -à- (latino equs “cavallo” equa “giumenta”) permettono quindi la costituzione di sostantivi specifici agli esseri femminili.

Questo fenomeno di creazione lessicale si è diffuso progressivamente, soprattutto nel corso del periodo storico, e la distinzione di genere tra maschile e femminile si è espressa allora in un altro modo: attraverso l’accordo aggettivale. Secondo Meillet, “il carattere maschile o femminile di una sostanza si riconosce dunque nella lingua indoeuropea soltanto nella forma maschile o femminile degli aggettivi”.

Alcuni aggettivi che influenzano dei sostantivi concepiti come maschili o femminili si esprimevano quindi in due forme distinte, ovvero verosimilmente, precedentemente, quella dei nomi in -o- era utilizzata per gli aggettivi determinativi dei nomi di genere maschile o inanimati, mentre quella dei nomi in -à- per gli aggettivi determinativi dei nomi di genere femminile.

Il suffisso -à-, in quanto suffisso aggettivale, non aveva alcun significato all’inizio, ma era tuttavia associato ai sostantivi rappresentanti degli esseri di genere femminile. In seguito a questa prima fase, il fenomeno si estende a questi sostantivi che furono ormai contrassegnati mediante una derivazione con l’affisso -à-.

Meillet, che si era interessato soprattutto alla conservazione del genere nelle lingue indoeuropee malgrado la perdita dell’originale valore semantico, dichiarò che l’eliminazione della flessione, a causa della sua posizione finale nella parola, nelle lingue indoeuropee, e la comparsa dell’articolo sono da considerare due spiegazioni plausibili a questo fenomeno.

3. Analisi psicologica della sexuisemblance (motivazione sessuale)
Jacques Damourette e Édouard Pichon, due linguisti contemporanei di Meillet, rompono la tradizione degli studi comparativi dell’epoca per proporre uno studio sincronico del genere in francese. Secondo i due autori, la spiegazione storica così interessante e in sé valida non è sufficiente per spiegare la sopravvivenza di questa categoria grammaticale nella lingua francese. Essi ritengono che questa ripartizione tra maschile e femminile era un fattore onnipresente nello sviluppo del pensiero idiomatico francese e partecipava attivamente alla sua organizzazione. Appoggiandosi alle teorie di Humboldt o di Leibniz secondo cui una lingua è il riflesso della mentalità di un popolo, Damourette e Pichon ritenevano che l’esistenza del genere in francese costituisse la prova concreta dell’importanza della sessualità nella civiltà francese.

I due consacrarono molti capitoli della loro opera enciclopedica Des mots à la pensée. Essai de la grammaire française, nonché molti articoli, ai sostantivi nominali, lavorando a partire da un corpus costituito da numerosi enunciati orali quanto epistolari. Entrambi esaminarono nelle origini del pensiero francese le tracce della sua singolarità, cercando di scoprirne le specificità. Damourette e Pichon studiarono attentamente la distribuzione di ciascun sostantivo francese ereditato dal latino, lingua che divide i nomi in maschile, femminile e neutro. In linea generica, laddove i femminili in latino restarono femminili in francese, e i maschili e i neutri divennero maschili, alcuni termini sfuggivano tuttavia a questa divisione. Queste eccezioni alla regola generale interessarono particolarmente i nostri due autori, che consideravano le suddette eccezioni degli errori da interpretare come lapsus, ovvero segni di un pensiero incosciente tipicamente francese. Affinando la loro analisi, i due studiarono tutti i suffissi “viventi" della lingua e cercarono di trovare delle qualità di senso che potessero giustificare il loro raggruppamento sotto la fisi (sottoclasse) del femminile. Essi stabilirono tre gruppi di “sostanze” che il francese tendeva a mettere al femminile:

1: Tutto ciò che subisce un’attività esogena;
2: Tutto ciò che evoca la fecondità senza varietà;
3: Tutte le sostanze immateriali concepite come puramente astratte al di fuori di qualsiasi processo esistente.

Secondo lui, la metafora sul genere diventava evidente, poiché:

“La donna è passiva, è essenzialmente una madre produttrice, analoga alle dee ideate per le loro qualità astratte, una sorta di potenza-madre che permette, a chi la possiede, di ripetere indefinitivamente un certo ordine di azioni”.

Damourette e Pichon videro nell’esempio del termine mer, che dal neutro latino è stato volto direttamente al femminile in francese, un’ulteriore prova della loro dimostrazione:

“Il mare è di aspetto mutevole, al pari di una donna che, giornalmente, ha un umore mobile come un’incantevole capricciosa, affascinante e pericolosa come una perfida bellezza. Se il cittadino gli consacra le vacanze, è perché ne è innamorato; lei è l’amante assassina del marinaio [...]”.

Dunque, lungi dall’aver accettato passivamente la suddivisione in latino, il francese l’avrebbe al contrario rimaneggiata per ogni volta necessaria, vale a dire ogni volta in cui la suddivisione si distanziava troppo dallo spirito nazionale. In francese, la predominanza del processo metaforico è illustrata dalla suddivisione delle sostanze non più in inanimate o animate, ma secondo una suddivisione di genere: maschile e femminile. Questa constatazione gli fa preferire quindi il termine di sexuisemblance (motivazione sessuale) a quello di genere. Il francese avrebbe quindi una tendenza generale a personificare gli oggetti del mondo, oggetti del discorso.

Se il genere femminile sembrava possedere dei tratti specifici al sesso femminile, la fisi maschile della ripartizione di sfondo sessuale, ovvero la categoria grammaticale, raggruppava: “(...) tutto ciò a cui un potere individuale, fonte di attività indipendente ed imprevedibile, si presta; ma è anche un maschile che mostra tutto ciò che è formalmente indistinto”.

Secondo Damourette e Pichon, ciò permetterebbe di comprendere la massima grammaticale “Il maschile prevale sul femminile”, da considerare non come l’esplicitazione della superiorità dell’uomo sulla donna, ma come piuttosto una classificazione dell’indistinzione al maschile e dello specifico al femminile. Ciò non impedisce tuttavia il sostegno sulla femminilizzazione dei nomi di mestiere. L’osservazione della lingua francese, testimone delle sue numerose possibilità creatrici nonché l’uso ricorrente di molteplici sostantivi che distinguono gli uomini dalle donne, giustificava perfettamente la creazione di nuovi sostantivi che potessero permettere l’espressione della differenza di genere. Inoltre, lasciando intendere che la società potesse cambiare e lasciare un posto maggiore alle donne coinvolte nella vita sociale, essi incoraggiarono quest’ultime a accettare la novità lessicale e testimoniarono altresì della loro insofferenza al mantenimento dell’uso dei sostantivi attribuiti agli esseri maschili per descrivere le donne.

“Non si rendono conto che, al contrario, anche dal punto di vista sociale, se lasciano ostinatamente al proprio titolo la sua forma maschile, al loro nome invece femminile, e al loro appellativo femminile di Madame o di Mademoiselle, si proclamano loro stesse delle mostruosità, e che in una società dove diventerà normale vederle esercitare il mestiere di avvocato, medico, scrittore, diventerà altrettanto naturale l’esistenza delle denominazioni femminili per le donne dedite a questi mestieri, al pari delle ricamatrici e delle sigariere?”

Damourette e Pichon consideravano la lingua come una tela proiettante il pensiero francese, e la differenza di genere alle fondamenta della civiltà francese; era dunque giustificato l’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dalla lingua al fine di mantenere questa opposizione.

4. Analisi funzionale del genere femminile

Nel 1956, Martinet riprese i lavori di Meillet, il quale, secondo il suo punto di vista, è stato colui che aveva fornito, fino a quel momento, l’illustrazione più chiara della questione morfologica del genere femminile in indoeuropeo. Martinet tratta il tema del genere grammaticale in un modo nuovo, che tiene conto della comunicazione come funzione primaria di una lingua. La definizione tradizionale del genere, che unisce il riferimento sessuale e il comportamento delle unità linguistiche, testimonia l’ambiguità della questione. Sin dai suoi primi studi consacrati al genere femminile in indoeuropeo, fino agli ultimi, Martinet incitava a differenziare lo studio delle regole di derivazione da quelle di concordanza, ricordando che se le lingue possiedono delle unità lessicali che permettono di distinguere gli esseri maschili dai femminili, non tutte possiedono necessariamente il genere. Ad esempio, se l’inglese offre la possibilità lessicale di opposizione, in uno stesso contesto linguistico, del maschile lion “leone”  dal femminile lioness “leonessa”, non presenta globalmente i determinanti di questi nomi in una forma particolare, come si ha l’abitudine di fare per le lingue che presentano differenze di genere.

Martinet introdusse la nozione di scelta del locutore, che rientra qui dalla selezione sull’asse paradigmatico delle unità monematiche che permettono di trasmettere al meglio l’esperienza da comunicare, ovvero, la scelta di designare un uomo o una donna in contrasto alla costrizione morfologica che impone l’impiego di certi determinanti sui nomi selezionati. Ad esempio, in francese il sostantivo di fiume nell’accezione di rivière (sost. femm.)  implica le forme aggettivali seguenti: profonda, tumultuosa, alta, bianca, mentre nell’accezione di fleuve (sost. masch.) implica quelle di profondo, tumultuoso, alto, bianco. Colui che parla non ha alcuna scelta sull’utilizzo delle forme aggettivali, ma è costretto all’una o all’altra secondo il nome scelto.

La scelta e la costrizione permettono di trattare in modo più chiaro il problema del genere femminile in francese, nonché la loro genesi.

Secondo Martinet, ciò che aveva complicato il compito di Meillet nello studio del genere femminile in indoeuropeo risiedeva nel suffisso -yà- laddove impiegato nei nomi indicanti degli esseri femminili e serviva a formare delle regole al femminile specifiche a certi accordi aggettivali atematici. Una stessa forma fonica era pertanto utilizzata per la derivazione e l’accordo aggettivale. Martinet aveva tuttavia comunicato che “sbaglieremmo a mettere queste due forme d’utilizzo sullo stesso piano: una appartiene al concetto di derivazione, l’altra alla sintassi”.

Grazie alla loro distinzione è diventato realizzabile stabilire una certa cronologia degli eventi sull’avvento del genere femminile. Così come Meillet, Martinet ebbe una prima tendenza a specializzare, nell’indoeuropeo comune, il suffisso -i-, -yà-, per indicare degli esseri di sesso femminili. Successivamente, nello stesso periodo storico, la combinazione delle regole sugli aggettivi in -o- o -à- con l’utilizzo delle parole in -o- in riferimento a certi nomi cosiddetti di genere maschile, e con l’utilizzo dei termini in -à- per indicare gli altri nomi che erano allora di genere femminile. In terzo luogo, certi nomi utilizzati per indicare degli esseri femminili furono derivati dall’aggiunta del suffisso -à- a dei nomi inizialmente terminanti con la lettera -o-. Infine, il suffisso -i-, -yà- fu molto più recente e fu esteso ad una parte degli aggettivi femminili atematici.

Poiché contrario al punto di vista originale sulla motivazione mistica della comparsa del genere femminile, Martinet tentò di spiegare la sua genesi ricorrendo ad un’altra spiegazione. Accordandosi con Meillet sulla derivazione tardiva e lenta dei nomi, egli si interessò dunque all’apparizione dei fenomeni di accordo aggettivale e più precisamente al momento in cui un certo numero di regole aggettivali sono state sostituite dai temi in -à- per determinare certi nomi considerati come femminili al posto dei temi iniziali in -o-. La causa secondo lui giustificatrice dell’apparizione di un genere femminile era legata ai bisogni di comunicazione di una società. “Per la lingua, in quanto strumento di comunicazione, ha valore un tratto che le permette, a lei solo, di distinguere tra due enunciati peraltro identici”.

L’apparizione degli accordi aggettivali era dunque servita a revocare l’ambiguità semantica di enunciati sufficientemente poco discriminanti, come l’amico curioso o l’amica curiosa, il bambino allegro o la bambina allegra. Nell’indoeuropeo comune, come sottolineato da Meillet, molti nomi di animali presentavano una stessa forma per il maschile e per il femminile, il che rendeva l’accordo degli aggettivi pertinente a questo contesto. Tuttavia, per Martinet esistevano dei processi più economici, come la derivazione, per distinguere finalmente questi pochi nomi sotto un punto di vista dell’insieme lessicale.

L’accordo dell’epiteto e dell’attributo non aveva qui più alcuna pertinenza concreta, a causa della ridondanza informativa che induceva alla presenza simultanea di un nome determinato. Di conseguenza, l’accordo aggettivale negli enunciati seguenti una donna brillante o una donna è brillante non revocava alcuna ambiguità di genere poiché l’idea stessa del genere femminile era inclusa nel significato del nome.

Partendo dal principio che “è dunque assolutamente inconcepibile che la distinzione di un genere femminile sia apparsa in delle circostanze in cui non corrisponde ad alcun bisogno della comunicazione”, Martinet supponeva che l’impiego del suffisso -à- per marcare una forma in riferimento ad un essere femminile, o considerata come tale, poteva avere un senso solo nell’assenza di una designazione esplicita di questo essere.

“Tuttavia, la distinzione tra i generi compie davvero il suo lavoro nei pronomi. In inglese si è mantenuta con la purificazione e la razionalizzazione della differenza di genere. Il tutto permette di credere che questa doveva essere la situazione in precedenza”.

Secondo Martinet, è con i dimostrativi, nel loro utilizzo pronominale, che l’opposizione studiata si è probabilmente stabilita negli enunciati di questo tipo colei che è arrivata o colui che abbiamo visto. In questo caso, si tratta di anaforici che perpetuano il valore semantico di genere di nomi assenti o lontani.

Dunque, l’utilità della divisione di genere nel processo di comunicazione risiedeva in certi pronomi anaforici. L’inizio dell’evoluzione, che condusse all’affermazione del genere femminile, consisteva nell’aggiunta di un fonema finale ad un’unità che inizialmente confondeva i due generi so-, sà-. Successivamente, le estensioni semantiche, formali, distributive, flessionali e lessicali si erano sviluppate nella lingua in modo analogo.

Pur accettando il punto di vista secondo cui l’apparizione di genere sarebbe dovuta essere stata generata in parte da una “situazione economica e morale in questa società”, non erano più le credenze animiste delle popolazioni antiche che avrebbero imposto alla loro lingua l’opposizione tra maschile e femminile, bensì la presenza, nel loro sistema, di un principio di opposizione formale “che avrebbe offerto alla mentalità collettiva un sostegno per lo sviluppo dei suoi miti e delle sue fiabe”.

5. Conclusione

Le confusioni concettuali introdotte dal genere sono legate in parte sia nella convinzione di una causa in origine tra i caratteri maschile e femminile, sia nell’apparizione degli accordi legati all’impiego di certi nomi. Se per Meillet molteplici lingue indoeuropee ne hanno conservato la traccia mentre altre l’hanno fatta scomparire (pensiamo all’inglese), la conservazione del genere dovrebbe essere il risultato di fatti strutturali inerenti alla lingua. Per Damourette e Pichon, invece, la motivazione sessuale dei nomi francesi resta viva nell’anima dei francesi, come testimoniano anche i poeti. Perché mettere in coppia il coltello e la forchetta, la luna e il sole, se nell’anima non si possiede più alcun tratto di somiglianza a degli esseri maschili o femminili? Nella prospettiva di una causalità psichica, l’opposizione tra animato ed inanimato intuita come la prima da Meillet avrebbe il suo corollario psichico. La teoria metapsicologica dell’inconscio ideata da Freud oppose in effetti due tipi di pulsioni suscettibili di rafforzamento della suddetta tesi: l’Eros, o pulsione di vita, e Thanatos, o pulsione di morte, che potrebbero essere quindi il corrispondente psichico alla ripartizione tra animato ed inanimato sin dall’indoeuropeo comune.

Infine, secondo Martinet, la causa iniziale alla creazione di un segno distintivo formale suscettibile di distinguere gli esseri maschili dai femminili non poteva che essere legata ai bisogni di comunicazione all’interno di una società. Egli distingue chiaramente il sesso in quanto unità linguistica, opponendo un alunno a un’alunna, ed il genere che non è una categoria grammaticale, ma una costrizione formale imposta dall’impiego del sostantivo. Pertanto, l’opposizione tra maschile e femminile sottolineata negli accordi aggettivali non possiede, sin dalle origini, alcun valore sessuale.

Lungi dall’essere un dibattito antiquato, accantonato alla semplice sfera linguistica, lo studio del genere occupa la scena pubblica e politica odierne, attraverso soprattutto la questione della femminilizzazione dei nomi di mestieri.


Testo redatto da Cécile Mathieu; traduzione dal francese a cura di Ylenia Vuotto, stagista presso l'OEP.

Fonte: Sexe et genre féminin: origine d'une confusion théorique