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"L'Europe sans rivages" e la circolazione mondiale delle idee

Nei precedenti editoriali abbiamo sostenuto l’opinione secondo cui le idee e le lingue attraversano le frontiere politiche, non perché le frontiere politiche siano prive di valore, ma perché non sono mai a tenuta stagna e il potere politico è sì un attore importante ma tra tanti altri.

Abbiamo tratto l’espressione dal titolo di una celebre opera, pubblicata nel 1954, dell’economista, storico e filosofo François Perroux (1903-1987)1. La riflessione sull’Europa da parte di questo erede di Joseph Schumpeter (1883-1950), malgrado l’evoluzione del contesto storico, resta perfettamente attuale e si rivela premonitoria per molti aspetti.

Tra le altre cose si deve a quest’opera una migliore comprensione delle influenze asimmetriche e irreversibili che i gruppi umani, le nazioni in particolare, esercitano gli uni sugli altri, e un rinnovamento degli approcci sugli spazi economici, da distinguersi dagli spazi geografici e dagli spazi politicamente organizzati. Ha sviluppato in particolare i concetti di « poli di crescita » e di « poli di sviluppo » che Michaël Porter, celebre professore a Harvard, reinventerà quaranta anni dopo con la parola « cluster », espressione sempre buona per indicare gruppo, pacchetto, o agglomerato, ecc. che è ricomparsa durante la pandemia per sostituire l’espressione « focolaio di contaminazione ».

Siccome noi ci interessiamo più particolarmente ai fenomeni culturali e linguistici, ricorreremo piuttosto alla parola « focolaio ». Infatti, il focolaio, che deriva dal « fuoco » gode di una potenza simbolica che supera le civiltà infinitamente superiore a « cluster » che ci riporta, secondo quanto scrive l’ultima edizione del Dizionario storico della lingua francese, all’antico francese « cloître ( chiostro ) ». Ma l’edizione 2016 dello stesso DHLF fa risalire la parola all’antico inglese (prima dell’800) che sembra provenire da un °klutto (inglese moderno clot), dalla radice indo-europea °glod, °gloud, con l’idea di massa agglomerata. Cloître e cluster avrebbero così la stessa radice indo-europea. In ogni modo, il collegamento con cloître è affascinante e sicuramente esatto, ma ciò non giustifica l’eliminazione di parole francesi come "foyer" ( focolaio ), "centre", "pôle", « conglomérat », "agglomération", "concentration", ecc, . che hanno piena legittimità.

Tanto più che il ricorso alla parola « cluster » è espressione della duplice azione normalizzante degli ambienti scientifici e delle autorità di Bruxelles che hanno imposto il termine ai traduttori negli anni 2000 nel senso di « polo di competitività ».

Dunque ricorriamo alla nozione di « focolaio » con l’idea che nel « fuoco » ci sia la sua intensità, la sua propagazione e la sua velocità di propagazione, potenziali di cui il povero « cluster » è molto sprovvisto.

Forse la parola è utile in un certo numero di usi tecnici, ma sul piano culturale la nozione di « focolaio » può darci la chiave di molti fenomeni di circolazione dei saperi e delle idee ai quali dedicheremo il seguito di questo articolo.

Il francese, una lingua non territorializzata e non etnica

Una teoria che circola ancora oggi sotto forma di tormentone o di dogma sostiene che il francese provenga dal franciano, che si suppone sia stata la lingua parlata a Parigi e nella zona circostante, che sarebbe stata selezionata dal re di Francia, poi estesa a tutta la Francia insieme alle sue conquiste a scapito delle lingue regionali.

Siccome gli errori grossolani hanno talvolta una parte di verità, questa idea, arricchita da una battuta attribuita al sociolinguista Max Weinreich « una lingua è un dialetto dotato di un esercito e di una marina »2, va oggi di moda e rispunta fuori in forme inattese.

Così, per riqualificare la politica caldeggiata dall’abbé Grégoire nel suo celebre rapporto del 1794 alla Convenzione nazionale, « Rapporto sulla necessità e i mezzi per cancellare i dialetti e universalizzare l’uso della lingua francese », Michel Feltin-Palas, da innamorato qual è della lingua francese e delle lingue regionali, e di cui pubblichiamo spesso gli interventi, lancia questa formula: « Una politica il cui nome è: «etnocidio», cioè la distruzione della cultura di un gruppo etnico da parte di un altro gruppo etnico, più potente. »3

Perdoniamo a Michel Feltin-Palas questa concessione allo spirito del nostro tempo in cui gli eccessi di linguaggio sono pane quotidiano. Ma una tale concisione pone un serio problema di definizione.

Intanto, si potrebbe domandare agli abitanti delle ex-regioni di Piccardia o di Languedoc-Roussillon se hanno la sensazione di appartenere a un gruppo « etnico ». Per quanto riguarda il gruppo etnico più potente, esso è costituito dagli abitanti di Parigi e delle zone circostanti o dall’insieme delle persone che parlavano o scrivevano il francese nel XIII secolo ? La domanda è importante perché, in quell’epoca così come oggi, l’estensione della lingua francese non coincideva assolutamente con i territori inclusi nel Regno di Francia. La Nouvelle Histoire de la langue française pubblicata nel 1999 sotto la direzione di Jacques Chaurand ne mostra la cartografia in un capitolo intitolato « L’extension géographique du français et les frontières de la France4 », che permette di verificare che non esiste coincidenza, anzi tutt’altro, tra la diffusione di una lingua e le frontiere politiche, il che non vuole dire che queste variabili siano indipendenti l’una dall’altra, ma hanno ciascuna le sue regole di sviluppo. E questo fenomeno non smetterà mai di diffondersi.

Bisogna anche considerare che a quell’epoca, e fino al XIX secolo, il francese a seconda delle regioni poteva non essere parlato dagli strati più bassi della società. Tuttavia lo sviluppo estremamente rapido dei documenti giuridici e amministrativi in francese, spesso mescolati a tratti locali nel corso del XIII secolo in territori dentro e fuori il regno di Francia, e fino alle terre lontane, mostra che la sua diffusione non era affatto marginale come lingua scritta, del resto ancora poco standardizzata.

Il francese non si confonde dunque con la lingua di Parigi, e questa nuova koinè, come il greco nell’Antichità, è prima di tutto una lingua non territorializzata e non etnica. Resta la questione di sapere quali sono stati i focolai all’origine della diffusione del francese5. Vi rimandiamo a un’abbondante letteratura sull’argomento che non è unanime, ma nessuna sua parte conferma le fandonie che persistono nella mente di tanti Francesi.

Per quanto riguarda l’abbé Grégoire, il discorso è completamente diverso. Avrebbe potuto promuovere, e sembrava fosse suo desiderio, l’Illuminismo nel popolo francese e l’ascesa sociale dei cittadini attraverso il francese, lingua comune, al posto di un monolinguismo radicale, e su questo non c’è ombra di dubbio. Trattarlo quasi da « genocida » arriva agli estremismi ideologici e linguistici che fioriscono da ogni parte e che sono una vera piaga delle nostre società.

Al-Andalus

Le Assise europee del plurilinguismo che l’OEP ha organizzato a Cadice in collaborazione con l’università di Cadice sul tema del « plurilinguismo tra diversità e universalità », si sono svolte in una regione europea che riteniamo sia una fonte eccezionale d’insegnamenti per il nostro periodo attuale.

L’Andalusia è stata una zona di scontro tra religioni, tra l’Islam e la Cristianità, ma non solo. È stata zona di scontro intellettuale tra teologia e filosofia, tra religiosi tradizionalisti e religiosi filosofi che volevano conciliare scienza e religione, all’interno di dibattiti che trovavano riscontro nel XIII secolo nella Cristianità. Ma c'è dell'altro. L’Andalusia con la sua capitale Cordova dal X al XIII secolo è stata un importante luogo di scambio tra l’Oriente e l’Occidente islamico, cioè andaluso, poi tra l’Occidente islamico e la Cristianità.

Alessandria

Dal III secolo avanti Cristo fino al V secolo, cioè per circa mille anni, Alessandria, prendendo il posto di Atene, è stata il principale polo intellettuale dello spazio mediterraneo. Ha occupato il centro di una vasta rete di città, tra le quali Atene, Pergamo, Rodi, Antiochia ed Efeso alle quali si aggiunsero più tardi Roma e Costantinopoli. Libri e eruditi si spostavano facilmente tra di loro nel fiorente mercato delle idee6. La biblioteca e il museo sono stati, più che il simbolo di questo splendore, la sua pura concretizzazione come centro di conservazione e focolaio di creazione, su una idea attribuita ad Aristotele. Si stima che fossero grosso modo 800 000 i manoscritti di opere lasciate nella biblioteca e lì riunite grazie a una grande politica di acquisizione. Euclide ( III secolo avanti Cristo ), Tolomeo ( I secolo dopo Cristo ) e Galeno (II secolo) hanno abitato le sue sale.

Il periodo più brillante è l’epoca ellenistica. Dopo la conquista romana, la biblioteca continua a risplendere, ma entra in una lenta decadenza con la cristianizzazione, lo scisma e la caduta dell’impero romano d’Occidente. Nel V e VI secolo, la produzione di libri era notevolmente diminuita, le biblioteche e le scuole pubbliche erano diventate più rare. I superstiti delle élites romane non parlavano più il greco e la traduzione dal greco in latino era diventata inesistente. I filosofi erano mal visti, compreso a Costantinopoli, capitale dell’Impero romano d’Oriente. Avvenimento significativo, nel 529 l’imperatore Giustiniano chiuse l’Accademia di Atene, centro della filosofia neoplatonica e della resistenza pagana. I filosofi si rifugiarono in Persia, portando con sé i loro libri e i loro insegnamenti.7 Per la Chiesa l’obiettivo era e resterà o di distruggere o di assorbire la filosofia, la scienza e la letteratura del mondo antico. L’erudizione non era però scomparsa ma aveva trovato rifugio nei monasteri, dove alcuni monaci aspiravano a conciliare la salvezza delle anime e i progressi della mente degli uomini.

Anche in Occidente la scomparsa delle strutture politiche e amministrative dell’impero è vista come una delle cause di un impoverimento generalizzato, traducendosi con il declino delle città e il ripiegamento sulle campagne, aggravato dalle epidemie e dalla diminuzione della popolazione.

La trasmissione e la circolazione delle idee non religiose erano entrate in una sorta di glaciazione.

L’impero musulmano

La luce venne dalla Mesopotamia, dall’eredità di Alessandro, della Persia e dalle conquiste arabe nel VII e VIII secolo. Formatosi in un secolo, il nuovo impero musulmano si estendeva dall’Africa del Nord fino all’Himalaya su più di 12 milioni di km2, cioè più dell’impero romano nel periodo del suo massimo splendore. Infatti ricalcava in gran parte l’impero di Alessandro Magno. Come sottolinea Violet Moller, era la prima volta dopo mille anni che « i paesi un tempo unificati da Alessandro Magno erano nuovamente governati da uno stesso sovrano ».

Come i popoli barbari che erano dilagati nell’impero romano, gli Arabi non erano abbastanza numerosi per controllare i popoli che avevano sottomesso, la cui civiltà era più brillante e più avanzata della loro, ancora giovane e proveniente dal deserto. Non avevano altra soluzione che ritirarsi o rimanere confrontandosi con le popolazioni e i poteri in loco.

E l’intelligenza eccezionale dei primi califfi, prima omayyadi, poi, a partire dal 750, abbasidi, personaggi tanto brutali quanto visionari e affascinati dalle culture dei popoli circostanti, ha saputo sposare in pochi decenni commercio, ricchezza estrema, sviluppo intellettuale e sviluppo in generale. L’impresa ha trovato il suo focolaio federatore nell’immenso progetto urbano di Bagdad che, da piccolo villaggio alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate, è diventato in pochi decenni un’immensa metropoli, crocevia di rotte commerciali tra l’Oriente e l’Occidente, e che per svilupparsi aveva bisogno della scienza e della tecnologia. Impossibile aggiungere altri dettagli, ma è necessario segnalare alcuni elementi importanti sul piano linguistico.

- « Nell’VIII secolo, la lingua araba assunse un’unica forma a partire da un assemblaggio informe di tradizioni orali e diede origine a una lingua scritta ufficiale »8.

- « Un immenso programma di traduzione si mise allora in moto a partire dal persiano o pahlavi (forma scritta del medio persiano) »

- Una nuova ondata di traduzioni cominciò verso la fine dell’VIII secolo quando uno stretto consigliere del Califfo, che conosceva anche lui il greco, ordinò la traduzione degli Elementi di Euclide. Il movimento di traduzione fu amplificato grazie al sostegno di cristiani nestoriani, numerosi sul territorio dell’impero dopo essere scampati alle persecuzioni delle autorità bizantine.

- I califfi non hanno esitato a sollecitare l’imperatore bizantino per chiedergli di inviare loro testi scientifici allo scopo di tradurli in arabo.

- Bagdad era diventata un importante focolaio di cultura che attirava sapienti del mondo intero in numerose lingue.

- Nel 771 fu introdotta un’opera di astronomia indù intitolata il Brähmasphutasiddhänta del matematico Brahmagupta. Proprio attraverso la traduzione di quest’opera fu scoperto a Bagdad il concetto della « notazione posizionale », alla base della nostra numerazione decimale moderna, i cui fondamenti risalgono all’impero babilonese e che mise ancora 6 secoli per imporsi in Europa.

- Alla fine dell’VIII secolo un’altra importante innovazione ha trasformato per sempre l’universo dei libri: l’arrivo della carta. « Nel 751, gli Arabi avevano sconfitto pesantemente i Cinesi con la battaglia di Talas, nell’attuale Kirghizistan, nel cuore dell’Asia centrale. Due dei prigionieri ricondotti a Samarcanda rivelarono il segreto della produzione della carta a partire da canapa ed altre piante lignee. La prima cartiera del mondo arabo fu costruita a Samarcanda e questa innovazione si diffuse poi progressivamente lungo le strade della seta per raggiungere Bagdad nel 793 »9.

- I califfi sapevano circondarsi di brillanti sapienti e ingegneri provenienti da ogni luogo, purché fossero ricchi di immaginazione e intraprendenza. Tra questi, i fratelli Banû Mûsâ non hanno soltanto svolto un ruolo importante nella gestione delle grandi sistemazioni di Bagdad, ma hanno dato anche un impulso decisivo alle attività di traduzione. Uno dei più brillanti traduttori utilizzati dai fratelli Banû Mûsâ, un giovane cristiano nestoriano di nome Hunayn. « rivoluzionò il metodo di traduzione: invece di accontentarsi di tradurre parola per parola, sfruttò la sua conoscenza profonda del siriano, del greco e dell’arabo per rendere il senso esatto di ogni frase »10. « L’altra grande innovazione di Hunayn consistette nel riunire la maggior quantità di versioni possibili di una stessa opera (spesso in lingue diverse) e nel raccoglierle per produrre un’edizione autorevole »11.

L’impero abbaside cominciò la sua decadenza nel XII secolo e la sua gloria finì con l’invasione dei Mongoli che distrussero Bagdad nel 1258.

Cordova

La nostra analisi dello splendore della città di Cordova dal IX al XIII secolo sarà più rapida, perché con l’emirato di Cordova, fondato dall’unico sopravvissuto della dinastia omayyade di Damasco, spazzata via dagli Abbasidi nel 750, la città, molto più antica, presenterà molti punti in comune con Bagdad, la sua sola ed unica rivale sul piano culturale.

Due aspetti devono essere sottolineati in particolare.

La conquista dell’Africa del Nord e del sud della Spagna da parte di tribù arabe e berbere si è rivelata molto più difficile di quella del Vicino Oriente. Tuttavia gli Arabi sconfissero rapidamente il regno visigoto grazie a numerosi fattori favorevoli. Il regno visigoto era indebolito demograficamente dalle epidemie, la siccità e le carestie, politicamente dalle divisioni del regno e dalle ribellioni della nobiltà, socialmente dalle persecuzioni religiose e particolarmente da quella degli ebrei. I conquistatori hanno dunque potuto godere di divisioni e lotte intestine e sono stati talora accolti come liberatori.

Violet Moller descrive la società del regno visigoto in termini poco favorevoli alla cultura e alla prosperità: « il successo di questa società di guerrieri dipendeva da vittorie regolari e dunque da battaglie capaci di assicurare loro bottino e terre. La loro autorità sugli Iberi era quella di una élite ridotta proporzionalmente che, a differenza dei Romani, non si assimilò mai veramente e non creò una nuova società. Lotte intestine incessanti e un atteggiamento sempre più opprimente nei confronti dei loro sudditi ( più specialmente nei confronti dell’importante comunità ebraica iberica ) furono all’origine di una stagnazione in quasi tutti i campi. »12. Nulla dunque a che vedere con la conquista musulmana che ha portato una relativa tolleranza religiosa e globalmente, per un periodo di cinque secoli, una grande apertura culturale.

A questo proposito, ed è la seconda caratteristica, Cordova si è sviluppata sul piano culturale meno attraverso la traduzione che attraverso il trasferimento dal Vicino Oriente delle opere dell’Antichità già tradotte in arabo. Tuttavia, prima che fosse parzialmente distrutta e le sue opere disperse nel 971, in un’ondata d’intolleranza religiosa, la biblioteca di Cordova comprendeva, secondo le testimonianze, circa 400 000 opere e Cordova era la più grande città dell’Occidente e lo resterà fino a metà del XII secolo. Era un focolaio intellettuale di primissimo piano. I sapienti, medici e filosofi Maimonide e Averroè (Ibn Rushd) nativi di Cordova vi lavorarono fino a quando furono anch’essi vittime delle persecuzioni e dell’esilio.

A partire dalla metà del XII secolo, dopo l’irrigidimento islamico sotto la dinastia degli almohadi, poi la caduta di Cordova nel 1236 a fronte della Reconquista cattolica e il ripiegamento dell’emirato su Granada, il centro intellettuale si spostò verso Toledo. Ritornato territorio cristiano nel 1085, Toledo aveva già accolto molti rifugiati da Cordova a causa delle persecuzioni almohadi.

La caduta di Cordova nel 1236 e la distruzione di Bagdad nel 1258, avvenimenti quasi simultanei, segnano nella storia del pensiero la fine della filosofia arabo-islamica d’Occidente, che lascerà il posto nei secoli successivi a correnti dominate dal misticismo13.

Toledo

A Toledo saranno realizzate la maggior parte delle traduzioni delle opere dell’Antichità dall’arabo in latino, e così Toledo diventerà il principale centro di trasmissione delle conoscenze scientifiche del mondo musulmano al mondo cristiano.

Si noterà che sui territori riconquistati dalla cristianità « non spunterà alcun pensiero che possa iscriversi in una storia della filosofia islamica »14. Ma occorre segnalare la presenza a Toledo di un nuovo clero formato da monaci benedettini provenienti dall’abbazia di Cluny in Borgogna. « Una linea di comunicazione e di viaggio molto frequentata, sottolinea Violet Moller, si aprì tra Toledo e la Francia, e più particolarmente con le scuole episcopali di Parigi e di Chartres »15.

In questo vasto movimento che si delinea, svolge un ruolo centrale la persona di Gherardo da Cremona che attraversò l’Italia e il sud della Francia per raggiungere Toledo alla ricerca dell’Almagesto di Tolomeo (100-168 dopo Cristo. a Canopo, Basso Egitto ). Ma trovò anche Gli elementi di Euclide e numerosissime opere scientifiche. In questo vasto movimento di traduzioni che si estese nel XII e XIII secolo, molte opere furono mandate in Francia in monasteri e scuole episcopali per essere studiate e ricopiate, poi essere diffuse attraverso la vasta rete benedettina16. Dopo Chartres, fu la volta di Parigi, ma anche di Venezia, che per ragioni diverse diventeranno i focolai principali della vita intellettuale europea.

Parigi

Parigi per prima, perché l’XI e il XII secolo conoscono una forte crescita demografica, economica e urbana. Nel passaggio tra i due secoli, all’interno della cinta muraria costruita da Filippo Augusto tra il 1189 e il 1215, Parigi conta 50 000 abitanti. Un secolo più tardi la popolazione parigina è stimata intorno ai 200 000.

Il pensiero cristiano si è trasferito dai monasteri nelle città intorno alle scuole episcopali o alle cattedrali.

I dibattiti si polarizzano tra verità religiose e verità pagane, tra fede e ragione, tra filosofia e rivelazione, come già era accaduto con quelli che avevano animato la vita intellettuale a Cordova un secolo prima.

1L’Europe sans rivages, François Perroux, PUF, 1954

2Une langue est un dialecte avec une armée et une marine - A language is a dialect with an army and navy - https://fr.abcdef.wiki/wiki/A_language_is_a_dialect_with_an_army_and_navy

3Intervento apparso su lexpress.fr di Michel Feltin-Palas « L'abbé Grégoire a-t-il sa place au Panthéon ? » del 29 novembre 2022 (

4Nouvelle histoire de la langue française, dir. Jacques Chaurand, Seuil, 1999, p.98-102

5Per esempio, oltre al riferimento precedente, Anthony Lodge, « « Francien » et « français de Paris » », Linx [On line], 12 | 2002, pubblicato il 10 ottobre 2012. URL : http://journals.openedition.org/linx/1296 ; DOI : 10.4000/linx.1296

6Les sept cités du savoir, comment les plus grands manuscrits de l’Antiquité ont voyagé jusqu’à nous, Violet Moller, Payot, 2020, tradotto dall’inglese da Odile Demange, p.47

7Ibid. p. 32

8Ibid. p. 86

9Ibid. p. 84

10Ibid. p. 101

11Ibid. p.  102

12Ibid. p. 114-115

13Histoire mondiale de la philosophie, une histoire comparée des cycles de la vie intellectuelle dans huit civilisations, Vincent Citot, PUF, 2022, p. 150

14Ibid. Les sept cités du savoir, p. 149

15Ibid. p. 154-155

16Ibid. p. 169