The Economist
Nel 2008, la Commissione europea aveva pubblicato il rapporto Davignon “Le lingue fanno i nostri affari”. Quattro anni più tardi, uno studio condotto dall’“Economist Intelligence Unit” del giornale britannico The Economist conferma appieno le conclusioni del rapporto Davignon. Per il futuro, non abbiamo bisogno di anglofoni, ma di diplomati poliglotti.
“I confini della competizione: come le barriere culturali e di comunicazione influenzano gli affari” (Competing across borders: how cultural and communication barriers affect business) è un rapporto dell'Economist Intelligence Unit, promosso da EF Education First.
Lo scopo del rapporto è quello di analizzare le difficoltà incontrate dalle aziende nel momento in cui devono operare o competere in mercati sempre più internazionali. In particolare, valuta in che modo la comunicazione e la collaborazione transnazionale influenzano il successo (o il fallimento) delle aziende con ambizioni che non tengono conto dei confini nazionali.
La stagnazione prolungata, se non recessione, dei marcati, spinge le imprese con sede in economie sviluppate a orientarsi sempre più verso i paesi in via di sviluppo, alla ricerca di nuovi clienti e di nuovo talento. Nel frattempo, anche le aziende di economie in via di sviluppo, le cui ambizioni hanno ormai superato i confini nazionali, stanno cercando opportunità per crescere attraverso l'espansione internazionale. La combinazione di queste dinamiche ha portato a un mondo aziendale completamente internazionale, in cui è normale che i lavoratori e le imprese comunichino e collaborino con clienti, colleghi, fornitori e partenariati in altri paesi.
Di conseguenza, le ditte hanno bisogno di stabilire buone relazioni con l’estero, che siano produttive e che oltrepassino le differenze culturali. Inevitabilmente, le aziende sviluppano nuove esigenze e pretese. I risultati dello studio rivelano che il mondo aziendale ha cominciato a riconoscere che, se le compagnie vogliono avere successo nei mercati esteri, i prodotti e i servizi giusti devono essere accompagnati dallo sviluppo da competenze comunicative e sensibilità culturale. Pertanto, i dirigenti sottoposti all’indagine confessano che molte organizzazioni devono ancora adottare le misure che trasformeranno questa presa di coscienza in pratica.
Ecco alcune scoperte chiave del rapporto:
Diversamente da quanto si aspettavano gli esperti, l'attuale rallentamento economico sta spronando le compagnie a diventare più internazionali. Se nel passato nei periodi di recessione le aziende cercavano di diminuire il loro rischio di esposizione, limitandosi ai mercati principali, oggi una grande maggioranza di intervistati per questo rapporto afferma che le loro aziende stanno allargando le loro prospettive e ambizioni verso altre parti del mondo.
Diversi indicatori confermano questa internazionalizzazione delle aziende ormai diffusa. Quasi nove intervistati su dieci pensano che il numero di clienti d'oltremare della loro azienda aumenterà nei prossimi tre anni, mentre il 77% crede che la loro azienda sarà completamente operativa in molti più paesi. Questo significa che le imprese si stanno allontanando dalle strutture organizzative tradizionali: un 78% sostiene che nei prossimi tre anni verranno creati gruppi di lavoro transnazionali collocati fisicamente in paesi diversi.
Comunicazione e collaborazione transnazionali ed efficaci stanno diventando la chiave per il successo finanziario di aziende con aspirazioni internazionali. Probabilmente in seguito all'attenzione delle aziende verso la crescita internazionale, quasi due terzi degli intervistati pensano che "la collaborazione estera è stata un fattore determinante per il miglioramento della performance della [nostra] compagnia negli ultimi tre anni".
Allo stesso tempo, però, una stessa percentuale ritiene che la loro compagnia incontri difficoltà nel collaborare o comunicare con l'estero almeno "ogni tanto". Ci sono dei costi in ballo. Circa metà dei dirigenti intervistati per questo rapporto ha ammesso che una comunicazione inefficace o una collaborazione inadeguata aveva ostacolato transazioni internazionali importanti, risultando inevitabilmente in perdite finanziarie.
La grande maggioranza (rasente il 90%) crede che se la comunicazione con l'estero dovesse giovare alla loro azienda, allora anche i profitti, i guadagni e la quota di mercato migliorerebbero. Questo è in parte dovuto al fatto che molte delle opportunità nei paesi stranieri sono state declinate; quasi due terzi degli intervistati sostengono che le differenze linguistiche e culturali rendono difficile poter imporsi su mercati solitamente meno familiari.
La maggior parte delle aziende è consapevole dei costi a cui vanno incontro rinunciando a migliorare le competenze comunicative con l'estero dei loro impiegati, mentre altri non stanno facendo abbastanza per risolvere il problema.
Pur riconoscendo l'impatto che una comunicazione efficace avrebbe sui loro portafogli, una proporzione considerevole di aziende ammette di non agire in modo sufficiente per affrontare le cause di incomprensioni e malintesi. Il 47% afferma che le loro compagnie non offrono abbastanza allenamento per affinare le competenze linguistiche e comunicative dei loro impiegati, e il 40% crede che non venga messa abbastanza enfasi sull'assunzione di persone adatte a un ambiente interculturale. Alcune imprese sembrano sottovalutare il peso del problema. "L'interconnessione attraverso la tecnologia moderna ha illuso molta gente", nota Nancy J. Adler, manager all'Università di McGill a Montreal, in Canada, e autore di "International dimensions of organizational behavior". "Esiste il falso presupposto che solo perché possiamo raggiungere chiunque nel mondo così facilmente, con la posta elettronica o Skype, allora siamo tutti uguali".
Le organizzazioni con ambizioni internazionali pretendono sempre più che i futuri impiegati si sappiano esprimere senza difficoltà in lingue straniere fondamentali. L'indagine condotta per questo rapporto svela la ‘natura multilinguistica’ del mondo degli affari moderni. Secondo quasi la metà delle aziende interpellate, almeno un lavoratore su cinque parla un'altra lingua nel suo lavoro, mentre un quarto sostiene che una maggioranza dei loro lavoratori deve avere delle competenze nelle lingue straniere.
Come c'era da aspettarsi, una maggioranza dei dirigenti intervistati crede che se l'azienda vuole realizzare i suoi piani espansivi nel mondo internazionale, allora i lavoratori dovranno conoscere l'inglese. Il mandarino è considerato la seconda lingua straniera più importante, ma solo l'8% dichiara che i loro dipendenti dovranno essere in grado di parlarlo. L'importanza delle competenze linguistiche in un mondo globalizzato si riflette nelle strategie impiegate dalle aziende quando si tratta di assumere. Se nel passato la maggior parte delle aziende non aveva mai considerato la conoscenza delle lingue come un elemento essenziale, ora, invece, molte di queste esigono che i futuri dipendenti sappiano bene almeno una seconda lingua.
Le incomprensioni che hanno origine dalle differenze culturali rappresentano l'ostacolo maggiore alla collaborazione con l’estero. Gli intervistati considerano "le differenze nelle tradizioni culturali" (51%) e "le differenze nelle norme sul posto di lavoro" (49%) le minacce maggiori al buon funzionamento delle relazioni estere. Nandita Gurjar, responsabile delle risorse umane a Infosys, una delle compagnie di servizi d'informazione tecnologica con sede in India, conferma che ambizioni all'estero e consapevolezza culturale vanno a braccetto: "Siamo una compagnia mondiale. Non possiamo avanzare senza la conoscenza e l'esperienza di come comportarci con altre culture".
La diversità linguistica - o la sua mancanza - è considerata una delle sfide maggiori per le aziende in America Latina e in Europa meridionale. Per esempio, il 38% degli intervistati in Brasile e il 40% in Spagna crede che la difficoltà nel comunicare in lingue non-native sia un ostacolo considerevole alle relazioni con l'estero.
Traduzione: Isabella Mancini
Articolo originale: http://www.economistinsights.com