12/06/2013 Nicolas Journet, Mensile n°250
Il corso della storia ha fatto sì che certe lingue si siano diffuse più di altre, rendendo i loro pesi diversi. Proteggere la diversità linguistica significa esigere che vengano conservate tutte? La diversità delle lingue, per quanto in origine fosse una maledizione biblica, è diventata oggetto di lodi e la sua difesa un dovere morale.
Fare di tutto per salvare le lingue, è necessario? I confetti di Babele. Diversità linguistica e politica delle lingue. Louis-Jean e Alain Calvet, OIF, 2013, 200 p., 17,95€
Il corso della storia ha fatto sì che certe lingue si siano diffuse più di altre, rendendo i loro pesi diversi. Proteggere la diversità linguistica significa esigere che vengano conservate tutte? La diversità delle lingue, per quanto in origine fosse una maledizione biblica, è diventata oggetto di lodi e la sua difesa un dovere morale. Assimilata troppo spesso al suo omologo zoologico o botanico, la parola ‘diversità’ nasconde una realtà ben più complessa, che Louis-Jean e Alain Clavet, soci per l’occasione, sono pronti a spiegarci.
In primo luogo, scrivono, “Il numero delle lingue parlate in un paese è una cosa, il numero dei loro locutori è un’altra”. Esempio: stando alle ultime notizie, il Brasile, la Tanzania e la Repubblica democratica del Congo contano ciascuno tra le 120 e le 200 lingue. Ma la situazione di queste lingue non è comparabile: il portoghese è la lingua materna del 95% dei brasiliani, mentre le altre lingue (il tedesco, l’italiano e lingue amerinde) vanno a formare il restante 5%. In Tanzania, la lingua più parlata (il sukuma) comprende solo il 10% della popolazione… Tra le lingue esistono differenze tali che parlare di diversità non è che una debole descrizione della loro condizione, e dei problemi che questa situazione può causare. In Brasile, il problema è quello delle lingue amerinde, talvolta limitate a qualche decina di locutori e quindi severamente a rischio; in Papua Nuova Guinea, paese campione per la densità delle lingue (circa 500), il problema è quello dello Stato, che per poter comunicare con i suoi cittadini ha dovuto adottare l’inglese e una lingua locale semplificata. Inoltre, le lingue non si preoccupano delle frontiere, circolano e devono il loro dinamismo a ben altri fattori che il numero dei loro locutori: il loro riconoscimento ufficiale, il loro uso come seconde lingue, il loro patrimonio scritto e l’investimento identitario che rappresentano, come è evidente in Belgio, in Irlanda o negli stati dell’ex Yugoslavia.
Misurare il peso di una lingua non è una questione di addizione. Da diversi anni i fratelli Calvet hanno elaborato e messo online un utile strumento informatico, il “Barometro delle lingue del mondo”, presentato e spiegato in questo libro. Senza entrare nei dettagli tecnici, questo barometro fa uso di due tipi di fattori. I primi sono intrinsechi alla lingua (il numero di locutori, la loro dispersione, lo statuto della lingua, la diffusione), i secondi sono invece contestuali (grado di sviluppo del paese, fecondità, uso di internet). Il quadro che ne risulta è tanto inquietante quanto istruttivo. Perché inquietante? Perché delle 7000 lingue riconosciute nel mondo, più di 5000 prenderebbero zero all’esame. Migliaia di lingue vernacolari, scritte poco o per niente, e sconosciute sul web, escono di scena: sono fuori classifica. Un’altra piccola riduzione (arbitraria) riduce il numero a 563 lingue classificate, di cui gli autori ci presentano il gruppo in testa, là dove si gioca, per così dire, la “guerra mondiale delle lingue”. Senza sorpresa, le lingue europee (inglese, spagnolo, francese, tedesco, russo, ecc.) occupano i primi posti della classifica globale: sono le lingue che si sono diffuse dagli imperi coloniali e che sono state sostenute dalla potenza economica del loro paese d’origine. Ma subito dopo troviamo il giapponese, il mandarino e il turco. Più interessante, la classifica “demografica”, che gli autori precisano essere rivelatrice dell’avvenire, vede lo spagnolo in testa, davanti all’inglese, mentre il mandarino si prende gioco del francese, tallonato dall’hindi, dal bengalese, dall’urdu, dal tamil, dal creolo nigeriano… gli schiamazzi negli aeroporti del mondo potrebbero cambiare da qui a qualche anno.
Ma torniamo a quello che spesso addolora gli innamorati delle lingue e interpella i politici: la morte annunciata di centinaia di lingue minoritarie, percepita e descritta come una sorta di catastrofe ecologica, contro la quale organismi internazionali come l’UNESCO e il Consiglio dell’Europa hanno emanato diverse dichiarazioni e convenzioni, più o meno riconosciute e approvate. Le cifre circolano: 10, 20, 25 lingue muoiono ogni anno, 2000 sono minacciate di sparire nell’immediato futuro. Di fronte a questo allarmismo e all’attivismo che ne consegue, i fratelli Calvet si mostrano più che scettici, e le ragioni sono diverse.
In primo luogo, c’è questo piccolo mistero: la minaccia è sbandierata da vent’anni e da allora il numero delle lingue recensite è aumentato. Spesso, infatti, è l’attività dei linguisti ad essere responsabile per la nascita di una nuova lingua fino a quel momento non identificata. E più si recensiscono nuove lingue poco diffuse, più il numero delle minacce aumenta. Alcune moriranno, gli autori non lo negano. È a questo punto che si chiedono: “Ma è davvero necessario, per principio, difendere tutte le lingue?”. È chiaro che no. gli autori sostengono che gli argomenti a favore della conservazione delle lingue a rischio sembrano o falsificati, o irrealistici. Quello che sembra falsificato è la visione biodiversitaria delle lingue: se le lingue sono degli organismi viventi, allora la selezione naturale è un processo a cui inevitabilmente andranno incontro. Quello che sembra irrealistico è la rivendicazione di un “diritto delle lingue a esistere”. Oltre a implicare sforzi smisurati, questo principio va contro la loro convinzione che le lingue sono al servizio dei locutori, e non il contrario. Una lingua locale che non vorrà essere più trasmessa dai suoi eredi si spegnerà e non sarà che un archivio negli schedari dei linguisti. Per il resto, L.-J. Clavet è un sociolinguista, non un collezionista di strutture sintattiche. Ne deriva la sua concezione di diversità: per lui le lingue sono mezzi di comunicazione tanto quanto strumenti politici. Difendere il plurilinguismo, cosa che Clavet fa, non consiste, a suo parere, nel correre in soccorso delle lingue minoritarie, ma piuttosto nel prevenire il futuro di un mondo più aperto agli scambi. La diversità non è sempre quello che si crede, eccone un esempio: in Francia, incontrare un locutore del cinese, dell’arabo o del tamil è più probabile che scambiare due parole in bretone o in provenzale. Pertanto, sono queste lingue regionali che il Consiglio dell’Europa si è impegnato di proteggere affermando il diritto alla scolarizzazione e al loro uso ufficiale. La Francia, ovviamente, non ha approvato la carta, ma non si preoccupa nemmeno troppo di insegnare più lingue internazionali ai suoi cari bambini.
Louis-Jean Calvet è professore di linguistica all’Università di Provenza. La sua opera comprende biografie di artisti (Georges Brassens, Léo Ferré), studi di storia e politica delle lingue (Storia del francese in Africa, Histoire du français en Afrique, 2010), analisi del discorso (Le parole di Sarkozy, Les mots de Sarkozy, con Jean Véronis, 2008), saggi di linguistica (Il gioco del segno, Le jeu du signe, 2010) e di sociolinguistica (Lingua, corpo, società, Langue, corps, société, 1979).
Alain Calvet è ingegnere chimico e ha creato con suo fratello il “Barometro delle lingue del mondo”
Qui il link all’articolo originale
Traduzione : Isabella Mancini