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L' Italia dei dialetti (Roberto Bianchin, Dario Fo)

la Repubblica.it

L'Italia dei dialetti /1

Roberto Bianchin, Repubblica — 30 luglio 2009   pagina 29   sezione: R2

L'Italia dei dialetti /2

Dario Fo, Repubblica — 30 luglio 2009   pagina 29   sezione: R2

L' Italia dei dialetti/1

Ivano faceva l' oste sui colli del trevigiano. Grande, grosso e buffo, la testa pelata e il naso a becco, sembrava uscito da una pagina di Carlo Goldoni. Ha girato il mondo per fare il suo mestiere, il Cavalier Ivano Mattiuzzo, parlando sempre e solo nel suo dialetto di Pieve di Soligo infarcito di visioni, improperi e sacramenti. Diceva che lo hanno sempre capito. Ora le cose stanno cambiando. Il poeta Andrea Zanzotto, che è dello stesso paese, si stupisce nel vedere che certe sue parole dialettali non vengono più capite dagli stessi abitanti: «Il mio dialetto risulta ormai indecifrabile». L' uso del dialetto infatti sta calando in tutta Italia, rileva l' Istat, proprio nel momento in cui in molte regioni si sta pensando di introdurlo a scuola, e il Paese si divide sull' esame di dialetto per gli insegnanti e sui "test preselettivi" di cultura locale. Italia Perché conoscere i dialetti, secondo il presidente dell' Istituto di cultura delle lingue del Csr, Pierfranco Bruni, «è definire un processo storico e antropologico di una comunità, dal momento che i dialetti non sono strutture linguistiche minoritarie né lingue altre rispetto alla lingua italiana. Ma sono il vero tessuto di appartenenza a un territorio all' interno di un processo che punta rigorosamente alla difesa della cultura italiana. Quindi, rafforzano l' identità della lingua ufficiale di una nazione». In Italia non c' è regione, città, e persino paese, che non abbia il suo dialetto. Da quello di Gizzeria, tipico di alcuni paesi calabresi, al Tabarkino parlatoa Carloforte, in Sardegna. Fra galloitalici del Nord, veneti, toscani, centrali, meridionali, siciliani, sardi, se ne contano la bellezza di seimila. Molto diversi uno dall' altro. Anche all' interno della stessa regione quando appaiono simili. In alcuni casi solo per accenti e inflessioni, come tra Palermo e Catania, in altri casi anche per le parole. Persino nelle isole della laguna di Vene zia si parlano dialetti diversi: quello di Burano non è uguale a quello di Pellestrina. Cantati da Porta e da Belli, da Trilussa e Pasolini, da Baffo e Marin, o messi in prosa da Camilleri, i "dialectos", che non è spagnolo ma latinoe greco, sono in realtà idiomi locali, «varietà linguistiche», secondo gli studiosi. «Vere e proprie lingue», secondo il regista Maurizio Scaparro, teorico della "confusione dei linguaggi", che nei suoi lavori ha spesso esaltato le due "lingue" ufficiali del teatro italiano, il napoletano e il veneziano. «Io credo che il dialetto rimanga una forza integra - spiega - il fatto è che sta cambiando il mondo, e che ai dialetti di base si stanno aggiungendo nuove lingue. Ma quello che mi preoccupa di più è che sta diminuendo l' italiano, nel senso che sono sempre di più quelli che lo parlano male, e lo stanno sostituendo con un semi-inglese da ragionieri. Ma perché mai dobbiamo chiamare del welfare il ministero del lavoro e democratic party la festa dell' unità? Mi sa che c' è qualcosa che sta cambiando, sì. Ma in male». Quello che cambia, intanto, è l' uso del dialetto. Secondo l' Istat, l' utilizzo esclusivo del dialetto, soprattutto nell' ambito familiare, è diminuito «significativamente» nel tempo. In pochi anni si è praticamente dimezzato, passando dal 32% del 1988 al solo 16% del 2006. È invece aumentato un «uso misto» di italiano e dialetto, e dal 2000 al 2006 è molto cresciuto l' uso esclusivo dell' italiano, sia in famiglia (45%) che con gli amici (48%), e specie con gli estranei: 72%. Il dialetto continua ad essere parlato soprattutto in famiglia (16%), meno con gli amici (13%) e molto poco con gli estranei: appena il 5%. L' Istat segnala anche che l' uso esclusivo del dialetto cresce con l' aumentare dell' età (lo parlano il 32% di chi ha più di 65 anni) e riguarda maggiormente «coloro che hanno un titolo di studio basso». Tra le regioni in cui il dialetto resiste meglio figura la Lombardia, dove un abitante su dieci, circa 800mila persone, parla abitualmente il dialetto in famiglia, e dove dal 2000 è cresciuto del 4% il numero di quelli che con gli estranei usano pressoché indifferentemente sia l' italiano che il dialetto. Effetto dovuto, probabilmente, anche alle iniziative di partiti come la Lega, che al Nord sull' uso del dialetto hanno impostato da tempo una battaglia identitaria. Con epicentro, nel caso lombardo, la città di Bergamo, patria del ministro Calderoli, dove un abitante su dieci parla solo il bergamasco, dove il poeta Umberto Zanetti ha stilato una preziosa "grammatica bergamasca" e l' ingegner Giancarlo Giavazzi, che scrive nell' idioma orobico anche le presentazioni dei progetti e le ricevute ai clienti, si è sobbarcato l' immane fatica di tradurre in bergamasco nientemeno che le favole di Andersen, col risultato, dice lui, di «entusiasmare i ragazzini». Ma è la scuola l' ultima vera frontiera della difesa del dialetto. Alla media di Terno d' Isola, sempre in provincia di Bergamo, il dialetto si insegna da anni. «Testi, poesie e film in bergamasco - spiega Luciano Ravasio, l' insegnante- per raccontare la nostra campagna e le sue tradizioni». Altre lezioni in dialetto si svolgono regolarmente in Lombardia alle elementari di Torre Boldone, Bagnatica, Brusaporto, Villa di Serio, e in alcune scuole del Veneto. In una elementare non statale di Treviso, di ispirazione cattolica, il dialetto è diventato addirittura materia di studio obbligatoria. Ha potuto farlo, spiegano, grazie all' autonomia concessa per legge a tutti gli istituti scolastici, che prevede per ogni corso di studi che il 20 per cento delle ore che costituiscono i "curricola" possa essere diverso dalle materie istituzionali. Mentre in molte regioni italiane si fanno corsi di dialetto, sia pure non scolastici, come a Bologna dove il "Caurs ed Bulgnais" è molto seguito da gente di ogni età. In Friuli ci hanno provato addirittura con una legge regionale a introdurre l' obbligo del dialetto friulano. Anzi, della lingua friulana, la "marilenghe", la madrelingua, come la chiamano. Guai a chiamarla dialetto. E non solo nelle scuole, un' ora di friulano la settimana, ma anche negli uffici pubblici, che avrebbero dovuto stendere gli atti anche in friulano, e nei consigli delle istituzioni locali, dove gli interventi avrebbero dovuto essere fatti, oltre che in italiano, anche in friulano. Ma la legge regionale, voluta dalla precedente giunta di centrosinistra guidata da Riccardo Illy, è stata bocciata nel maggio scorso dalla Corte Costituzionale che l' ha giudicata «illegittima». I comitati autonomisti hanno annunciato ricorsi al Capo dello Stato e all' Unione Europea. Ma lo stop della Consulta non ha frenato le spinte leghiste. Alcuni senatori del Carroccio hanno preparato una legge per inserire il dialetto tra le materie da studiarea scuola. Il ministro dell' agricoltura Luca Zaia, che ogni tanto tiene comizi in dialetto, è uno dei più fieri sostenitori del progetto: «Le lingue sono ricchezze che appartengono ai popoli e non alle burocrazie. Penso al mio Veneto. È una lingua usata in modo trasversale rispetto alle varie classi della società. Si parla nei consigli di amministrazione, nelle aziende, nelle fabbriche, a tutti i livelli. È il significato di mille anni di storia e non la difesa di una volontà dell' amarcord. Dietro la difesa identitaria c' è la difesa di una cultura, di una tradizione, della storia del nostro popolo». Cita l' Imperatore Adriano, il ministro, che definisce come «uno dei più grandi». «Lui diceva che aveva sempre governato in latino ma pensando in greco, cioè in quella che considerava la sua lingua madre». Anche per l' oste Ivano «si pensa e ci si arrabbia in dialetto, e poi casomai si traduce in italiano». Il vero problema, spiega l' attore veneziano Lino Toffolo, «è che per noi l' italiano è la prima lingua straniera». Va anche detto che non tutti i dialetti, da Nord a Sud, sono ritenuti uguali. Il viceministro leghista Roberto Castelli, per esempio, trova «una cosa insopportabile, che dà fastidio» che in televisione «parlino tutti in romanesco». Perfino nella fiction su Papa Giovanni XXIII. «Era un bergamasco verace, e sentirlo parlare con l' accento romanesco è storicamente sbagliato». - ROBERTO BIANCHIN

 

L' Italia dei dialetti/2
Quant' è insensata la richiesta da parte della Lega di imporre agli insegnanti lo studio del dialetto. A quali dialetti fa riferimento? Prendiamo una regione come la Lombardia: ci sono almeno venti variazioni differenti, tutte con una struttura diversa l' una dall' altra. Il dialetto che si parla a Bergamo ha un suo lessico, una sua fonetica, un suo modo di concepire il pensiero, una sua ritmica sonora del linguaggio. Ma le forme del dialetto bergamasco sono diverse da quelle che vengono utilizzate da un abitante di quella parte di Lombardia che si affaccia all' Emilia così come da quelle di chi vive a Nord-Est, vicino al Veneto. Mantova, Bergamoe Brescia sono tre città che hanno un lessico autonomo e differente perché alle loro spalle hanno una storia molto diversificata: i bergamaschi infatti sono stati soggiogati dai veneziani, gli altri sono rimasti liberi da quella e altre dominazioni. Un ragionamento simile vale anche per le province che subiscono l' influenza ligure o per coloro che vivono al confine con il Piemonte, regione con la quale ci sono grossi salti linguistici. Senza considerare che in certe città il dialetto non si parla più: attualmente almeno il 50 per cento dei milanesi non lo parla e non lo sa comprendere. Anche perché quanti milanesi purosangue sono rimasti? A chi si rimanda, quindi, il compito di impostare un testo che sia tecnico e scientifico su queste lingue? Dove sono questi professori in grado di formare una classe di nuovi maestri che insegnino i dialetti? Il problema di fondo non è solo la conoscenza dei termini usati ma anche il fatto culturale etnico-storico. E vogliamo parlare poi della tradizione? Secondo i leghisti bisogna conoscere la tradizione e la cultura delle regioni in cui si vuole insegnare. Ebbene, la struttura culturale di un cittadino di Varese è sideralmente distante da quella di un bresciano, da quella di un mantovano, da quella di un milanese. Vogliamo parlare invece di poesia e letteratura? Bescapé, Bonvesin della Riva, Matazone da Calignano: questi sono poeti e scrittori che hanno reinventato la lingua del loro tempo. Stesso discorso vale per altri poeti lombardi, i quali hanno lavorato sul loro modo di esprimersi facendogli assumere forme sempre strane e diversificate. E affacciandosi al Veneto è il caso di ricordare Ruzante, il maggiore fra tutti gli autori di teatro del tempo: egli utilizzava una lingua che oggi è completamente perduta, che non esiste più. Sarebbe bellissimo recuperare tutto questo patrimonio culturale lombardo e dell' Italia tutta: ma come si pensa di farlo? La realtà è che per analizzare una tale trasformazione culturale avvenuta nel corso del tempo ci vorrebbero secoli. È ridicolo pretendere che un professore sappia come analizzare la progressione legata ai dialetti, anche perché sarebbe inscindibile dalla conoscenza molto profonda della storia e della tradizione di ogni zona. Per formare questa nuova classe di maestri, poi, ci vorrebbero degli specialisti, una massa di studiosi che si sono fatti un' indagine straordinaria sui linguaggi e che li hanno profondamente analizzati. E, badate bene, non si tratta di tirare su un codice arrangiato con quattro proverbi o tiritere in strambotto: per fare le cose in modo serio ci vorrebbe uno studio profondo, condotto da uno staff davvero impressionante e capace. Forse, prima ancora di tutto questo, bisognerebbe studiare anche il Grammelot, che è la reinvenzione di tutte le lingue attraverso l' onomatopea. Personalmente non conosco neanche uno studioso che sia in grado di insegnare un dialetto in modo serio e completo o di redigere un manuale tecnico-scientifico-lessicale di questo tipo. In Lombardia ci sono più di cinquanta vocabolari sui dialetti lombardi: non ce ne sono due che collimano tra loro. Quello che vogliono i leghisti, evidentemente, è tutt' altra cosa. Il loro unico scopo è, attraverso la storia del dialetto, mandare via i professori di lettere del Sud. Quelli che da noi insegnano la letteratura italiana, ma che non sono in grado di insegnare il volgare locale. In poche parole il dialetto è il cavallo di Troia per realizzare la cacciata dei docenti provenienti dal Sud. Quella messa in atto dalla Lega, quindi, si rivela per quello che è, ovvero un' operazione utopistica e pericolosa, un modo per buttare via soldi e tempo, oltre che credibilità. E dire che i più grandi linguisti e esperti di dialetti che ho conosciuto venivano proprio dal Meridione. Come un mio vecchio professore di lingue. Era bravissimo, perfetto. Ed era di Napoli. - DARIO FO