Verio Pini, che assumerà l'incarico a fine novembre, non lavorerà solo per l'italiano e per la Svizzera italiana, ma anche per il francese e, più in generale, per la promozione del plurilinguismo istituzionale e individuale. Intervista.
swissinfo.ch: Quali saranno i suoi compiti?
Verio Pini: La funzione è nuova e per il
momento è difficile definire con precisione quali saranno i suoi
contenuti. Un primo campo d'azione, forse il più importante, riguarda
il cosiddetto plurilinguismo istituzionale ed è nel segno della
continuità. Già nel 2008, la Cancelleria federale aveva deciso di
rafforzare il proprio ruolo in questo settore e di sicuro continuerò ad
occuparmi di pubblicazioni ufficiali, di traduzioni, di formazione e di
coordinamento dei servizi linguistici dipartimentali.
Gli
altri compiti – in particolare il rafforzamento del plurilinguismo
individuale – sono in parte determinati dall'entrata in vigore della
legge sulle lingue ufficiali e dai dettagli dell'ordinanza
d'applicazione che sarà pronta soltanto alla fine di giugno.
V. P.: Ci sono tanti aspetti del
plurilinguismo istituzionale che già oggi funzionano bene, penso ad
esempio alle pubblicazioni ufficiali. Questo è un acquisito abbastanza
recente e molto importante. Oggi tutto questo patrimonio di testi, che
coprono l'attività amministrativa del governo e del potere legislativo,
va completato. In che modo? Migliorando la partecipazione plurilingue
alla redazione dei testi e rafforzando drasticamente – ed è qui la
svolta apportata dalla nuova legge – il plurilinguismo individuale.
A
questa conclusione sono giunti anche diversi studi realizzati nel
quadro del Progetto nazionale di ricerca 56 (PNR 56). Per ovviare alle
pecche e alle lacune del sistema è necessario sensibilizzare
maggiormente direttori e responsabili, ma anche i singoli
collaboratori. Il PNR 56 ha rilevato la necessità di migliorare le
competenze linguistiche di tutti i collaboratori della Confederazione,
a tutti i livelli, in particolare quelli a contatto col pubblico nelle
diverse regioni del paese.
Certo, dare ai singoli
collaboratori la possibilità – prevista dalla legge – di lavorare,
redigere testi, partecipare ai processi decisionali nella propria
lingua, non sarà una cosa realizzabile a corto termine.
V. P.: Sensibilizzando maggiormente; il che
non significa ricorrere a piagnistei o richieste del tipo: "Dateci
qualcosa come minoritari". C'è una rivendicazione molto più dignitosa,
che consiste nel mostrare ai nostri colleghi di lingua tedesca – ma
anche francese – i benefici e il valore aggiunto di una decisione presa
in presenza di sensibilità culturali e competenze linguistiche diverse.
Vorrei aggiungere che negli ultimi anni ci sono stati dei
progressi. Spesso nell'opinione pubblica c'è l'idea che la Berna
federale faccia poco, che l'italiano sia bistrattato e la sua presenza
negletta. Ma non bisogna fare confusione: è vero che all'interno
dell'amministrazione non si ragiona molto in italiano e che poter
lavorare in questa lingua è quasi impensabile. Ma se ragioniamo in
termini di italiano e di plurilinguismo istituzionale, il bilancio è
positivo.
Una spinta importante è arrivata anche dallo
sviluppo di computer e internet, che dal profilo della cittadinanza
digitale sono strumenti straordinari. Sui siti dell'amministrazione si
è creata un'estesa compresenza di testi plurilingui fruibile con la
massima facilità. Con un semplice clic, il cittadino accede a testi di
legge, a testi informativi ed esplicativi in tedesco, francese,
italiano. La promiscuità linguistica che si realizza nella rete è già
di per sé un fattore di crescita di competenza, di visibilità, di
consapevolezza che siamo in uno stato plurilingue e che viviamo una
realtà plurilingue.
Per trasformare questa consapevolezza in un
plurilinguismo vero anche sul piano individuale bisogna agire in modo
pragmatico, facendo capire a tutti quanto sia importante conoscere la
lingua del vicino, o di più vicini. Non credo che in questo campo le
imposizioni dall'alto servano a molto.
V. P.: Questo sulla carta esiste già da
parecchio tempo. Più il posto di lavoro in discussione è importante,
più dovrebbero aumentare le competenze linguistiche. La competenza
attiva e passiva di una, due, tre lingue nazionali o ufficiali
evidentemente dovrebbe figurare tra le richieste di base.
Qualcuno
vorrebbe misure concrete più coercitive per controllare i comportamenti
che si scostano da questa norma. Personalmente preferisco evitare
eccessivi irrigidimenti. Siamo pur sempre in una realtà in cui ci sono
una maggioranza e delle minoranze, ed è attraverso il convincimento che
si devono ottenere i risultati, mostrando l'utilità delle richieste che
si avanzano.
A mio parere, quello che andrebbe modificato è il
ruolo dell'Ufficio federale del personale, che oggi ha meno peso
rispetto al passato. Nel 2007, è stata data una forte autonomia ai
dipartimenti. Di per sé, sembra una bella cosa; però sul piano del
coordinamento e dell'uniformità era di certo più giusto lasciare un
ruolo forte all'Ufficio federale del personale per assicurarsi che in
tutta l'amministrazione fossero applicati determinati principi.
swissinfo.ch: Spesso chi assume giustifica le proprie scelte trincerandosi dietro la valutazione oggettiva dei requisiti: è stata assunta una persona di madrelingua tedesca perché non c'erano candidati italofoni o francofoni con lo stesso profilo. Questo tipo di valutazione è davvero oggettiva?
V. P.: Anche qui siamo tra due principi. Da un
lato c'è la discrezionalità, la protezione dei dati e non disponiamo di
tutte le informazioni necessarie per dare un giudizio e mettere quindi
in discussione le decisioni prese da tale o talaltro capo ufficio.
Dall'altro
– viste da fuori – certe scelte sembrano discutibili: ci sono candidati
di pari formazione, di pari requisiti, pari valore e per finire la
scelta cade su un germanofono se il direttore è di lingua tedesca.
Entrare in questo tipo di logica e rompere il circolo vizioso è
difficile.
Ora, se non altro, le mozioni Cassis e Lombardi
propongono di istituire la figura di mediatore civico. Non chiedono
misure coercitive e sanzioni, ma di mettere a disposizione un
ombudsman, qualcuno che possa ascoltare le rivendicazioni dei candidati
che si sentono ingiustamente discriminati.
Doris Lucini, Berna, swissinfo.ch