The Observer, 25 Agosto 2013
Parliamo di lingue: l’inglese, da solo, non basta
Le università devono lottare contro la crisi dell’insegnamento delle lingue, ora e in modo creativo.
Oggi si assiste a un degrado inquietante dell’insegnamento delle lingue nella scuola secondaria. (“Quando il 40% delle filiere linguistiche delle università chiude, l’insegnamento delle lingue è in crisi”, Nouvelles). Le università devono ripensare un modo creativo per promuovere l’insegnamento delle lingue.
Alla Regent’s University, nonostante esista un’offerta linguistica in 10 lingue diverse rivolta a tutti, più di un terzo degli studenti deve studiare una nuova lingua straniera a seconda delle materie previste dal loro percorso. Non è raro che questi studenti decidano di passare due semestri all’estero per studiare o lavorare nel paese in cui si parla la lingua richiesta. Una tale immersione permette agli studenti di scoprire nuove culture e perfezionare le loro competenze linguistiche. Le poche settimane d’insegnamento all’estero proposte da certe università non sono che il riflesso di un timido approccio al concetto di ‘internazionalizzazione’, senza preparare davvero gli studenti al mercato del lavoro internazionale. È necessario superare l’approccio tradizionale dei dipartimenti linguistici e permettere agli studenti di frequentare scuole di lingua che offrano tutti i tipi di corsi. Se non rimediamo il problema rapidamente, i nostri diplomati avranno sempre più difficoltà a competere con i loro coetanei poliglotti all’estero.
Professore Aldwyn Cooper, vice cancelliere e Presidente
Negli ultimi anni, l’importanza eccessiva che viene data alla ricerca e ai fondi ad essa destinati ha spinto il Ministero dell’Istruzione a fare ancora più pressione sui responsabili dei dipartimenti linguistici. Molti dipartimenti, con non pochi studenti e da questi ben valutati, si ritrovano a presentare delle lacune quando si tratta di “eccellenza in materia di ricerca” e possono quindi essere “sostituiti”.
Le università sono le prime a non preoccuparsi per il fatto che l’insegnamento delle lingue possa sparire – anzi, il loro unico interesse sembra essere quello di massimizzare i profitti. I docenti universitari degli istituti di ricerca più eccellenti potrebbero mostrare un po’ più di solidarietà ed empatia invece di continuare a collaborare con i responabili delle univeristà per ristrutturare i dipartimenti linguistici, che consiste, in definitiva, nell’eliminarli. Gli elettori del movimento Ukip e gli adolescenti che scelgono di non studiare le lingue non sono gli unici responsabili di questa crisi; sono le università stesse che l’alimentano e per questo motivo non dovrebbero beneficiare di alcun sostegno.
Dott. Joy Chamley, Glasgow
La notizia secondo la quale il 40% dei dipartimenti linguistici delle università potrebbero chiudere da qui a dieci anni rischia di lasciarci tagliati fuori dal mondo, dal punto di vista culturale, e di isolarci, da quello linguistico.
Le ricerche del Consiglio Britannico hanno toccato diversi temi, tra cui il ruolo delle lingue nelle aziende – che hanno dichiarato di voler assumere personale più competente nel campo delle lingue per restare competitive a livello internazionale – o ancora il livello di lingua della popolazione britannica, sottolineando come le loro abitudini nei periodi di vacanza testimonino una mancanza di fiducia e competenza linguistica.
I risultati sono chiari: l’inglese non basta per il nostro piacere, il nostro tempo libero o i nostri affari. Essere competenti nelle lingue straniere non è solo un modo di farci capire, ma è anche la chiave per scoprire e comprendere altre culture. L’inglese è senza dubbio una lingua internazionale, ma se continuiamo a considerarla come l’unica che valga la pena di conoscere, rischiamo di lasciarci sfuggire un numero infinito di possibilità.
John Worne, Direttore della strategia, Consiglio Britannico, Londra SW1
Dopo aver letto con interesse la storia in prima pagina della settimana scorsa, mi ha risollevato poter leggere, nell’articolo di David Willetts (‘Nella corsa al progresso scientifico non dobbiamo ignorare il mondo delle arti’) che “grazie al diploma inglese, l’apprendimento delle lingue straniere per l’ottenimento del GCSE (Certificato Generale di Educazione Secondaria) è al suo livello più alto da nove anni. Non ci resta che aspettare che questo fenonemo influenzi anche le università. Per questo motivo il Consiglio di finanziamento dell’insegnamento superiore dell’Inghilterra (HEFCE) sta lavorando con le istituzioni per salvaguardare l’insegnamento delle lingue moderne in tutto il paese”
Sembra dunque arrivato il momento di agire, o non ci sarà più alcun dipartimento linguistico nelle università che possa permettere ai diplomati di mettere in pratica le loro competenze linguistiche e di formarsi per diventare i professori di lingua, i traduttori e gli interpreti del futuro.
Harry D. Watson, Edinburgh
Qui il link all’articolo originale
Traduzione : Isabella Mancini