The Economist, blog Charlemagne, 24/05/2014
Che lingua parla l'Europa? Ormai la Francia ha perso la sua battaglia per difendere il francese. Una maggioranza schiacciante d'europei opta già per l'inglese.
Al concorso europeo della canzone Eurovision, vinto quest’anno da un travestito austriaco, si parla inglese, anche se i voti sono tradotti in francese. L'Unione Europea usa sempre di più l'inglese per le sue pratiche. Gli interpreti hanno spesso l'impressione di parlare a loro stessi. L'anno scorso, il presidente tedesco Joachim Gauck si espresse a favore di un'Europa in cui si parli solo l’inglese: le lingue nazionali sarebbero conservate per la spiritualità e la poesia, a fianco di un "inglese più pratico per tutte le situazioni di vita e per tutte le età".
Alcuni hanno già individuato una variante europea dell'inglese globale, il globish: si tratta di un patois che dovrebbe assomigliare all'inglese, un ibrido di cadenze e sintassi continentali, arricchito del gergo istituzionale dell'UE e disseminato di falsi amici (la maggior parte francese). A Bruxelles, "to assist" significa "essere presente", e non "aiutare"; "to control" significa "controllare" piuttosto che "esercitare un potere"; “adequate” significa “appropriato” ou “ideoneo”, invece che “(appena) sufficiente”; i nomi non numerali diventanp numerabili, come ad esempio “advices”, “informations” e “aids”. "Anglosassone" non è un termine storico che si riferisce alle tribù germaniche della Gran Bretagna, ma piuttosto un insulto politico associato a 'capitalismo' o 'stampa'.
A maggio, il pubblico europeo ha avuto un primo assaggio dell'euro-globish durante i dibattiti televisivi tra i candidati alle elezioni europee. L'idea che i principali gruppi politici europei scelgano degli Spitzenkandidaten per il posto di presidente della Commissione europea è una novità (che ha dato vita, a Bruxelles, al primo neologismo tedesco di sempre). L'obiettivo è quello di rimediare al deficit democratico, risvegliare l’entusiasmo, mettere un punto fermo alla scarsa partecipazione e contrastare il successo dei partiti anti-UE.
Pertanto, diversamente da quanto succede con la musica popolare, ci vorrà ancora del tempo prima che l'euro-globish arrivi a dominare la politica europea. Dei cinque Spitzenkandidaten che hanno discusso il 15 maggio, Alexis Tsipras, candidato della sinistra radicale europea, ha voluto parlare in greco. Jean-Claude Junker, il lussemburghese leader dei Democratici Cristiani, ha scelto il francese. Gli altri tre hanno si sono attenuti alla richiesta che era stata fatta di esprimersi in inglese: due tedeschi, Martin Schulz e Ska Keller, rispettivamente del partito Socialdemocratico e del partito dei Verdi, e un belga, Guy Verhofstadt, dei Liberali.
Nel rispondere alle domande della moderatrice italiana sulla crescita, l’austerità, l'euro, l'integrazione economica, il libero scambio con gli Stati Uniti, e molti altri temi, i politici hanno dato prova di una notevole determinazione nel voler rivolgersi direttamente agli elettori, utilizzando spesso quella che non era la loro lingua materna. E non dimentichiamo che la maggior parte dei telespettatori non parla l'inglese come lingua materna (motivo per cui diverse reti televisive hanno optato per l'interpretazione simultanea). Tutto questo ha contribuito a rendere gli scambi di parola rigidi e artificiali. I candidati erano monotoni e le loro idee per "più Europa" difficili da distinguere. Così, le barriere linguistiche non hanno fatto altro che aumentare il sentimento di distacco. Gli Eurofili sono stati contenti per i 100000 (e più) messaggi su Twitter, ma se paragoniamo questo numero con i 5 milioni di tweet inviati durante l'Eurovision, è chiaro che la democrazia dell'UE non attira un grande pubblico.
La politica si fa meglio nella propria lingua, non c'è dubbio. John Stuart Mill, prima di tutti, considerava assurda la democrazia multilingue, poiché "un’opinione pubblica unita, necessaria al funzionamento di un governo rappresentativo, non può esistere". Pertanto, come lo dimostra bene la Svizzera, è possibile per un paese avere più di una lingua nazionale. In teoria lo stesso dovrebbe valere anche per l'Europa. Il dibattito tra Schulz e Juncker, trasmesso in lingua locale durante una fascia oraria di grande ascolto sui canali televisivi francesi e tedeschi, ha avuto un'audience più alta. In ogni caso, anche il miglior poliglotta avrebbe avuto difficoltà a rivolgersi direttamente agli elettori in 24 lingue ufficiali.
Per Philippe Van Parijs, professore all'Università di Louvain, la democrazia dell’Unione Europea non ha bisogno di una cultura omogenea, o di un ethnos; l’unica cosa di cui una comunità politica, o demos, ha bisogno, è una lingua franca. Nelson Mandela era forse meno democratico perché parlava in inglese a un’Africa del Sud multietnica e multilingue? L’inglese si diffonde rapidamente, con più del 40% dei giovani europei che dichiara di poter parlare l’inglese in qualche modo. La risposta al deficit democratico dell’Unione Europea, secondo Van Parijs, è di accelerare questo processo, affinché l’inglese non sia solamente la lingua di un’elite, ma anche uno strumento che possa permettere ai giovani europei più poveri di far sentire la propria voce. Una versione approssimativa dell’inglese, con un vocabolario limitato a qualche centinaia di parole, sarebbe sufficiente.
Pertanto, la politica europea rimane legata alle radici nazionali. Spesso succede che una crepa divida gli Spitzenkandidaten e i partiti nazionali che devono rappresentare. Gli Spitzenkandidaten del partito Democratico Cristiano, Socialdemocratico e Liberale potrebbero anche aver fiducia negli Eurobonds, ma i loro colleghi tedeschi non la pensano allo stesso modo. I membri del partito laburista britannico hanno avvertito Schultz di non mettere piede nel loro paese. Nel 2009 i laburisti hanno lasciato il partito di Junker, il Partito Popolare Europeo (PPE), che ora si ritrova senza un vero alleato in Inghilterra, e tantomeno in Italia, dove il partito Forza Italia di Silvio Berlusconi porta avanti una campagna antitedesca imbarazzante.
...E il problema inglese
L’esperimento degli Spitzenkandidaten probabilmente non avrà un buon esito. Se uno di loro vincerà, la sua vittoria sarà vista come una presa di potere dei parlamentari europei per poter estorcere ai leader nazionali eletti il diritto di scegliere chi dovrà essere a capo della Commissione. Se non ci riescono, la competizione democratica portata avanti finora finirà con l’assomigliare a una farsa. Si tratta di un dilemma anche per il Primo ministro britannico David Cameron, secondo il quale tutti i candidati sono troppo federalisti (la Gran Bretagna aveva messo il proprio veto alla candidatura di Guy Verhofstadt nel 2004). Ma Cameron non può bloccare nessuno da solo. Chi più chi meno, diversi capi di stato, compresa la cancelliera Angela Merkel, hanno sostenuto gli Spitzenkandidaten, mentre quelli che hanno criticato apertamente quest’idea restano in minoranza. Se Cameron si ritrova isolato e un fervente federalista viene scelto, il rischio che la Gran Bretagna lasci l’UE aumenterà. Come sarebbe strano se l’Europa diventasse anglofona senza il suo più grande paese anglofono.
Traduzione: Isabella Mancini
Articolo originale: http://www.economist.com/news/europe/21...
Articolo in francese: http://www.observatoireplurilinguisme.eu/index.p...