03/10/2011 Ali Abdel Mohsen, Egyptian Independent
Ricordate quella scena emblematica del classico film di fantascienza "The Rebel", quando Neo e Trinity si stanno preparando per un'intrepida operazione di salvataggio? Lei chiede a lui cosa dovranno portare a termine, e lui risponde con una frase celeberrima, un attimo prima che una moltitudine di armi da fuoco esca improvvisamente dal nulla.
No?
Forse perché quando l'avete guardato, il film si chiamava "The Matrix".
Il cambiamento del titolo è solo un esempio di come "certe cose perdano completamente il loro significato se tradotte", osserva Daoud Rofail Khashaba, direttore di traduzione alla Anis Ebeid Films, la compagnia di sottotitolaggio più importante del mondo arabo.
Se la squadra di lavoro dell'Anis Ebeid si fosse accontentata di tradurre il titolo del film alla lettera, il pubblico egiziano probabilmente non sarebbe andato a vedere un film intitolato "Al-Masfoufa", che in arabo ha il doppio svantaggio di suonare come un pericoloso utensile da cucina, e che per di più è usato solo dalle donne - in altre parole, una rappresentazione non proprio precisa per un film distopico di fantascienza e d'azione. Tuttavia, come spiega Khashaba, tradurre film significa più che essere precisi.
"Il nostro non è un lavoro di traduzione nel senso stretto della parola", afferma Khashaba, che dopo 25 anni di esperienza nel campo è diventato, pur rimanendo umile, un abile esperto dell'argomento. "Il tempo tiene in ostaggio i traduttori: una frase viene pronunciata in pochi secondi deve essere resa in modo tale che la frase tradotta non duri né troppo né troppo poco". "L'abilità, e la difficoltà, del tradurre i sottotitoli per i film," rivela, "sta nel rimanere concisi senza perdere il significato o le sfumature del dialogo originale".
Per i traduttori di film, ogni genere ha le proprie difficoltà. "Non sempre è facile tradurre lo slang, i modi di dire e i giochi di parole delle commedie", spiega Khashaba, e aggiunge che "anche gli adattamenti di Shakespeare sono problematici perché la vera essenza dell'opera, per non dire l'abilità artistica, risiede nel testo originale e nella scelta delle parole - e per questo si tratta di dialoghi che richiedono molta più attenzione e lavoro". è alquanto sorprendente sentire l’ottantaquattrenne sminuire i musical come “non un grosso problema - ci sono essenzialmente due strade che si possono prendere: focalizzarsi o sul ritmo, o sull’accuratezza. Una volta fatta la scelta, è piuttosto semplice”.
Altre difficoltà riguardano i film che presentano una terminologia specifica o tecnica. “Mi ricordo quanto è stato difficile, in ‘Wall Street’, riuscire a trovare parole precise e coerenti per tradurre i discorsi di economia, e allo stesso tempo mantenere la semplicità così da permettere al testo di stare al passo con la rapidità del dialogo. Khashaba ricorda di essersi imbattuto in problemi simili quando ha dovuto tradurre “Il silenzio degli innocenti”, “JFK-Un caso ancora aperto” e “Balla coi lupi”, per citare solo alcuni dei film più famosi dello scorso secolo che di fatto ha riscritto per un intero pubblico di non-anglofoni. “Balla coi lupi” è stato particolarmente problematico perché il film originale aveva già molti sottotitoli in inglese. Ho dovuto trovare un modo per non riempire lo schermo di testo”.
Anche Kevin Costner ha complicato la vita a Khashaba, per tutto quel “contesto storico che non è familiare al pubblico egiziano o arabo”. “Nei film, diversamente da quanto succede nei testi letterari, non si possono aggiungere note o appendici”, fa notare Khashaba. “Bisogna riuscire a spiegare quello che c’è da dire in un lasso di tempo molto limitato, e rimanere contemporaneamente fedele a quello che viene detto sullo schermo ogni singolo momento”.
È più impegnativo di quanto possa sembrare, poiché, sorprendentemente, invece di guardare e tradurre il film vero e proprio, i traduttori della Anis Ebeid lavorano a partire da un copione scritto. “Se ci sono alcune cose che non risultano chiare, possiamo richiedere una proiezione del film”, dice Khashaba; ma nella maggior parte dei casi gli studi cinematografici stranieri mandano una copia del testo scritto insieme al film, entrambi prontamente spediti dalla Anis Ebeid al comitato di censura di stato.
“I censori leggono il copione, guardano il film, e poi ce li mandano indietro con alcune note. Noi siamo responsabili di rimuovere il contenuto che loro hanno considerato offensivo per il pubblico”.
Lavorando per tutti questi anni come traduttore, Khashaba ha potuto osservare come gli orientamenti sociali e politici influenzino gli standard del comitato di censura. Lo si nota per esempio nella censura dei soli testi, in cui “non è permesso tradurre alcune parole del dialogo, che vanno quindi rimosse dai sottotitoli”. Khashaba afferma che “un tempo, parole come ‘Ebreo’ e ‘Israeliano’ andavano rimosse dal dialogo se venivano citate in modo negativo. Noi dovevamo fare in modo che comparissero sottotitolate in un contesto positivo”.
In modo analogo, Khashaba si è trovato nella situazione di dover “tradurre un film americano che criticava il governo statunitense; in questo caso, un ordine ufficiale ci avrebbe avvisato di ignorare qualsiasi frase che fosse troppo critica”. Anche se può non sembrare, tra tutti gli ordini ufficiali che Khashabe ha dovuto rispettare durante la sua carriera, questi sono i più ragionevoli e sensati. “Una volta mi è stato chiesto di rimuovere una frase da ‘Sogno di una notte di mezza estate’. C’era un riferimento alla carrozza di Apollo, descritto come ‘la carrozza degli dèi’ e i censori hanno pensato che fosse blasfemo”.
“Ridicolo”, dice Khashaba scuotendo la testa.
Ridicola è stata anche la decisione di un paese del Golfo di imporre che la parola ‘chiesa’ fosse tradotta con ‘luogo di preghiera’.
“Siamo ipersensibili”, Khashaba alza le spalle quando gli chiedo la sua opinione sul motivo che sta dietro al un tale entusiasmo per rovinare opere d’arte e cinematografiche. “C’è la paura costante di offendere qualcuno, o di causare un problema, e così si reagisce in modo paranoico, irrazionale”, cosa che, fa notare saggiamente, porta solo ad ulteriori problemi.
Tuttavia, Khashaba ritiene che “ora come ora un minimo di censura è necessario”, anche se gli piacerebbe poter vedere le vecchie politiche sostituite da un “sistema di rating come si deve che regoli e classifichi il contenuto in modo efficiente”, come la Motion Picture Association of America, o la British Board of Film Classification. Secondo lui, “se lo stato permette di proiettare un film, allora dovrebbe anche permettere di mantenere il suo contenuto, invece di rimuoverne gran parte, insieme al suo messaggio”.
Oggi Khashaba traduce poco, preferisce dedicare il suo tempo a scrivere saggi di filosofia (finora ha pubblicato cinque libri, quattro dei quali sono stati tradotti in arabo) e a pubblicare commenti molto profondi e divertenti sul suo blog personale. Ma sentirlo ricordare il suo passato da traduttore, rivela il suo amore per la parola scritta tanto quanto per l’immagine in movimento.
“Il film che mi è piaciuto di più tradurre…” ci pensa un po’ su prima di rispondere “‘Gandhi’, fatto benissimo, e gli attori parlavano lentamente”.
Traduzione: Isabella Mancini
Articolo originale: http://www.egyptindependent.com/news/other-words-language-cinema
In altre parole: la lingua del cinema
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