II. Due Maestri
Non è possibile dare un limite al debito di riconoscenza che la mia generazione di iraniani deve in eterno a Aryanpour (1925-2001), uno dei più influenti fra i teorici sociali, critici letterari, filosofi e traduttori della sua epoca, e per noi una porta aperta al mondo del pensiero critico ed emancipatore della mia patria. Aryanpour è ricordato oggi per gli insegnamenti che ha dato a generazioni di studenti all’Università di Tehran, in particolare, e per la ricca varietà di libri innovativi che ha scritto, o tradotto, e che ci hanno permesso di immergerci in una più ampia immaginazione filosofica.
Istruito ampiamente in Iran (Università di Tehran), Libano (Università Americana a Beirut), Inghilterra (Cambridge) e Stati Uniti (Princeton), Aryanpour fu un pensatore cosmopolita e una figura all’avanguardia, promotore di un’inclinazione dialettica (jadali) tra il mondo materiale e il mondo delle idee. Oggi, più di 40 anni dalla mia partenza da Ahvaz, la mia città natale, nell’estate del 1970, per andare all’Università di Tehran, posso ancora sentire, sotto la mia pelle, l’eccitaizone e la gioia nel scoprire quanto ci fosse da imparare da un uomo il cui nome voleva dire allo stesso tempo pensiero critico, teorie di movimenti sociali e soprattutto disciplina della sociologia.
Aryanpour era il prodotto di diversi fattori: la severa “modernizzazione” promossa dal regno di Reza Shah; la breve fioritura intellettuale del dopoguerra; i viaggi e l’istruzione superiore in Iran, nel mondo arabo, in Europa e negli Stati Uniti; la caccia alle streghe di McCarthy negli anni cinquanta; e infine il colpo di stato iraniano del 1953, finanziato dalla CIA, grazie al quale i campus universitari della sua patria diventarono i principali centri culturali di una generazione intera. Aryanpour era una spina nel fianco per la monarchia Pahlavi e la Repubblica Islamica che la succedette, motivo per cui spesso arrivava a prendere posizioni dogmatiche, pur rimanendo innovativo nel suo modo di pensare dialettico. Questo divenne il credo dei suoi studenti, sia per quelli che furono abbastanza fortunati da conoscerlo o lavorare con lui indirettamente, sia per quegli altri milioni che (come me) hanno potuto beneficiare del suo lavoro anche a distanza.
Aryanpour fu licenziato dalla sua posizione di insegnante alla facoltà di teologia nel 1976, si ritirò nel 1980, e poco prima della sua morte, il 30 luglio 2001, uno dei suoi ultimi atti pubblici fu firmare una lettera che denunciava la censura nella Repubblica Islamica. La sua leggendaria traduzione e il commento critico dell’opera di Iqbal “Sviluppo della Metafisica in Persia” divenne un testo fondamentale della mia generazione. Non solo infatti rappresentò il punto di incontro con la storia della filosofia della nostra patria, ma anche con una più ampia consapevolezza del mondo della filosofia. Non è possibile descrivere la bellezza, l’intensità, l’eccitazione e il senso liberatorio che provai alla prima lettura di quel testo magnifico, quando non ero che un giovane provincialotto con gli occhi spalancati, arrivato alla capitale della sua immaginazione morale e intellettuale.
Nato e cresciuto a Punjab, in una devota famiglia islamica dell’India britannica (il Pakistan di oggi), Iqbal venne educato da insegnanti islamici e allo Scotch Mission College, a Sialkot. Crebbe multilingue e multiculturale. Dopo un matrimonio infelice e il divorzio, Iqbal studiò filosofia e letteratura inglese, araba e persiana al Government College a Lahore, dove venne profondamente influenzato da Thomas Arnold, che lo introdusse al pensiero europeo, innescando così una serie di viaggi che Iqbal intraprese in Europa per proseguire gli studi.
Si laureò in Inghilterra al Trinity College (Cambridge) nel 1907, data in cui le sue prime poesie in persiano cominciarono ad emergere. Attratto sempre più dalla politica, scrisse la sua tesi di dottorato sullo “Sviluppo della Metafisica in Persia”, con Friedrich Hommel. Leggere “Seyr-e Falsafeh dar Iran”, la traduzione in persiano di Aryanpour, divenne un rito di passaggio per la mia generazione di studenti del college, desiderosi di scoprire l’eredità filosofica persiana.
E così la nostra educazione ci permise di conoscere la filosofia islamica e il ruolo degli iraniani in quella tradizione. C’erano pascoli più verdi, più filosofi eruditi che attiravano le nostre menti e le nostre anime. Tra questi, i testi di Seyyed Jalal Ashtiani, uno dei maggiori filosofi del nostro tempo, iniziarono a guidare i nostri cammini verso l’arduo pensiero filosofico persiano e arabo. Ma il temperamento decisamente diverso di Iqbal nella traduzione di Aryanpour era dovuto proprio al fatto che non ci aveva raggiunto attraverso le vie scolastiche convenzionali, e che era profondamente indotto dalla disposizione materiale del nostro tempo ribelle. In questo testo potevamo leggere una prosa persiana superlativa di un filosofo pachistano maturato in quello che era allo stesso tempo un subcontinente coloniale e una città postcoloniale abitata da diverse culture e popoli. C’era un materialismo palpabile in quella prosa filosofica che divenne decisiva per la mia generazione.