III. Oltre Oriente e Occidente
Quando oggi sento un’espressione vuota di significato come “la mentalità occidentale” – o “la mentalità iraniana”, “la mentalità araba” o “la mentalità islamica” – mi sento sprofondare. Mi chiedo cosa possa significare “mentalità occidentale” quando leggo una prosa inglese di un filosofo pachistano, tradotta in persiano, scritta in Germania, su un aspetto della filosofia islamica di particolare interesse in Iran. Considerate il percorso di un filosofo come Allameh Iqbal; pensate all’immensa cultura e intelligenza di Amir Hossein Aryanpour. Dove sta “la mentalità occidentale” fra tutti quei luoghi di sapere?, e dove invece “la mentalità orientale”? Cosa vorranno mai dire?
Il caso di “Seyr-e Falsafeh dar Iran” fu un caso esemplare dell’educazione filosofica della mia generazione – abbiamo conosciuto ogni angolo del subcontinente indiano, fino ad arrivare all’Europa occidentale, al Nord America, all’America latina e all’Africa postcoloniale, con un avido materialismo che non teneva conto di Est o Ovest, o qualsiasi altra area geografica coloniale. Eravamo filosoficamente “nel mondo”, e il nostro mondo era reso filosofico da una geografia immaginaria che non conosceva né Est né Ovest.
Le opere di filosofia – e il loro pubblico – guadagnano dalla traduzione non solo perché gli autori iniziano a respirare in una nuova lingua, ma perché il testo è portatore di un mondo estraneo alla sua composizione iniziale. Guadagnano soprattutto perché questi autori e i loro testi devono affrontare un tipo diverso di pubblico. Platone e Aristotele hanno avuto una vita in arabo e in persiano completamente estranei alla codificazione coloniale della “filosofia occidentale” – e l’unico modo efficace per far sì che delle eco straniere suonino familiari, è rendere i tropi (1) familiari della “filosofia occidentale” stranieri.
(1) Figura retorica per la quale un'espressione normalmente legata ad un campo semantico viene attribuito "per estensione" ad altri oggetti o modi di essere. Il suo utilizzo è detto "tropologia", termine che indica un parlare per tropi.
Hamid Dabash è Professore Hagop Kevorkian di Studi iraniani e letteratura comparata alla Columbia University a New York, dove vive con la sua famiglia. È autore di vari libri sulla storia sociale e intellettuale dell’Iran e dell’Islam, tra cui “The World of Persian Literary Humanism”.
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Traduzione: Isabella Mancini