Logo de l'OEP
Logo de l'OEP

Tradurre la filosofia

Tradurre la filosofia
The New York Times, 28/07/2013, Hamid Dabashi
È piuttosto comune sentir dire che leggere un’opera tradotta non è come leggere l’originale. Per quanto vi siano dei limiti, sono convinto che in realtà, nel processo di traduzione, le opere filosofiche (o letterarie che siano – c’è differenza?) guadagnano più di quanto perdano.

Prendiamo l’esempio di Heidegger. Se non fosse stato per i traduttori e i critici francesi, la filosofia tedesca, ancora oggi, rimarrebbe un buco nero metafisico. Fu solo grazie ai commenti di Derrida e al loro arrivo in Inghilterra e negli Stati Uniti che la critica alla metafisica greca di Heidegger e Derrida cominciò a scuotere le fondamenta della filosofia antica. Si può dire, infatti, che gran parte della filosofia continentale contemporanea aveva le sue radici in Germania, con considerevoli diramazioni francesi e italiane, prima che venisse inglobata dalla cultura anglosassone, assumendo così tutto un altro tipo di pubblico e forma. Questo non ha niente a che fare con i mezzi a disposizione dei tedeschi, dei francesi o degli inglesi. C’entrano invece il potere imperiale e il peso di una lingua rispetto a un’altra.

 

I. La lingua materna
In vari momenti della storia, una lingua o un’altra – il latino, il persiano, l’arabo – è stata la lingua franca del pensiero filosofico. Ora lo è l’inglese. E per quanto ne sappiamo potrebbe cambiare ancora e diventare il cinese.
Nell’Iran dell’undicesimo secolo, il filosofo Avicenna scrisse la maggior parte delle sue opere in arabo. Un giorno il suo mecenate, che non sapeva leggere l’arabo, gli chiese di scrivere le sue opere in persiano, così che potesse capirle. Avicenna obbedì e scrisse un’intera enciclopedia filosofica per il suo mecenate, che intitolò con il suo nome, “Danesh-nameh Ala’i”.
Avicenna non era l’unico ad aver scelto l’arabo come lingua per i suoi lavori filosofici. Così avevano fatto anche al-Ghazali (1058-1111 ca.) e Shihab al-Din Yahya al-Suhrawardi (1155-1208 ca.). Entrambi erano in grado di scrivere in persiano, la loro lingua madre, e di tanto in tanto lo facevano: in particolare al-Ghazali per il suo “Kimiya-ye Sa’adat” (un libro di filosofia morale) e As-Suhrawardi per i suoi magnifici trattati brevi allegorici. Ma al tempo di Avicenna, l’arabo aveva sviluppato un vocabolario filosofico talmente ricco e vigoroso, che nessun filosofo avrebbe scelto di scrivere i suoi lavori più importanti in un’altra lingua. La prosa filosofica persiana dovette aspettare un paio di generazioni per raggiungere finalmente il suo zenit con i magnifici lavori di Afdal al-din Kashani (morto nel 1214 ca.) e del seguace di Avicenna, Khwajah Muhammad ibn Muhammad ibn Hasan al-Tusi (1201-1274) – in particolare “Asas al-Iqtibas” –.
Archivio Iconografico, S.A./Corbis. Un manoscritto miniato del XV secolo che ritrae il fisico-filosofo Ibn Sina, anche chiamato Avicenna, mentre si reca in farmacia. Avicenna (981-1037) visse gran parte della sua vita in quello che oggi è l’Iran, dove scrisse “al-Qanun”, o “Canon”, un’enciclopedia medica di un milione di parole.

Oggi non è facile separare la “filosofia persiana” dalla “filosofia islamica”, anch’essa scritta per lo più in arabo. Lo stesso vale per il XVI secolo, quando Mulla Sadra scrisse quasi tutte le sue opere più importanti in arabo. Anche se alcuni dei maggiori filosofi del XIX e del XX secolo di tanto in tanto usavano il persiano, fu solo quando Allameh Muhammad Iqbal (1877-1938) decise di scrivere i suoi testi maggiori in persiano che la prosa filosofica persiana tornò ad avere un ruolo significativo nel più largo contesto islamico. (Iqbal scrisse anche trattati importanti sulla filosofia persiana in inglese.)
La magnifica resa in persiano di “The Development of Methaphysics in Persia ” (Muhammad Iqbal, 1908), tradotto da Amir Hossein Aryanpour con “Seyr-e Falsafeh dar Iran” (“The course of philosophy in Iran”, 1968) è l’esempio per eccellenza di prosa filosofica persiana e l’evidenza di come la traduzione di testi filosofici sia una componente chiave della storia intellettuale contemporanea. Se ci fosse un mondo per la filosofia, o se la filosofia dovesse essere materiale, due uomini, filosofo e traduttore, dopo aver reso i due mondi adiacenti migliori, ne sarebbero i cittadini più onorati.